La meschinità del calcio

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Pubblicato il 29 Marzo 2020 in Primo Piano

Si scopre povero, debole e meschino. Questo il Calcio – con la C maiuscola – al tempo del Coronavirus. Mentre il mondo intero conta morti, contagiati e guarda con speranza al numero dei guariti, nel calcio si vive in una parentesi isolante dove dibattere su date per la ripresa, stipendi milionari e titoli da assegnare.

SISTEMA AL COLLASSO – Il calcio si scopre cristallo fragile e segnato. Un paio di settimane di chiusure – perché al momento siamo a neanche un mese di stop – e le società europee scoprono di essere a un passo dal baratro. Trattative da far mediare direttamente alla Fifa per non pagare un paio di mensilità, la richiesta di cassa integrazione per tesserati che valgono svariate centinaia di mila euro al mese. Barcelona e Atletico Madrid si sono rivolte direttamente al governo spagnolo per applicare la cassa integrazione, in caso contrario hanno già avvisato di un possibile collasso imparabile. Surreale che due dei club più ricchi d’Europa arrivino – in sole due settimane di stop – a un millimetro dal baratro. In Italia il paradosso è ancora più ampio: le big della Serie A si trovano martello con i calciatori e incudine con le televisioni. Da una parte, infatti, la richiesta è quella di un taglio di un paio di mensilità ai calciatori vista l’inattività; dall’altro non viene accettato che le televisioni (Sky sembra riflettere) possano non pagare l’ultima tranche della stagione 2019-20. Un paradosso, ma figlio della grande instabilità. Se, infatti, è logica la richiesta di non pagare le mensilità ai calciatori, dall’altra lo diventa anche quella di voler ricevere i pagamenti dei diritti tv. Perché? Perché sono soldi già spesi. Se la società X deve ricevere 5/10/100 milioni di euro dai diritti tv, infatti, non attenderà il pagamento delle rate per usufruirne, ma chiederà un prestito a un istituto di credito che poi salderà alla fine del pagamento delle rate. Prassi normale, che però oggi crolla di fronte a qualcosa di non pronosticabile. La pandemia, quindi, smaschera un sistema calcio al collasso.

NESSUNA COLLABORAZIONE – Il momento tende a far scadere nel retorico, quando si parla di soldi è ancora più facile. In Europa situazioni positive, però, è possibile trovarle in Germania: in Bundesliga le 4 società più ricche – Bayern Monaco, Borussia Dortmund, Bayer Leverkusen e RB Lipsia – hanno raccolto 20 milioni di euro da suddividere alle società meno ricche della massima serie tedesca. Se il sistema deve salvarsi tutti devono darsi una mano. In Italia, per adesso, le riunioni di Lega sono state scandite dalla voglia della Lazio di riprendere o, almeno, di non invalidare la stagione. Due i motivi: lottare per lo Scudetto, in alternativa non perdere la qualificazione Champions. Mera convenienza, ma in Serie A si trema senza accorgersi che più in basso la fine è arrivata. Il modello Bundesliga in Italia andrebbe allargato, perché la fragilità del sistema dalla Serie B alla Serie D (semi-professionistico) era evidente già prima. Fa ridere il terrore delle big di fronte a conti in rosso. Ma in rosso rispetto a cosa? Davvero “domani” si andrà di fronte alle sanzioni Uefa? Continuare a pensare di essere davanti a uno stop momentaneo è, forse, l’errore più grossolano. Il sistema calcio mondiale era già al collasso, ora si palesa in tutta la sua pochezza. “Domani” sarà un anno zero, altro che sanzioni. La Lega Serie A dovrebbe pensare – insieme ai sindacalisti del pallone – al sistema nazionale nel suo complesso. Diventa squallido sentire di trattative sul taglio di mensilità di calciatori che guadagnano – in alcuni casi – qualche milione al mese. Non populismo ma realismo. Lo squallore è proprio nel dibattito: le società dovrebbero trattare privatamente con i propri dipendenti, e nessuno dovrebbe neanche chiedergli conto e ragione di quanto deciso. In questo senso il plauso va alla Juventus (ma presto arriveranno le altre) che ha trovato – senza prime pagine – l’accordo con calciatori e allenatore per il taglio delle mensilità rimaste fino al giugno 2020 in caso di non ripresa. Se si dovesse ripartire si troveranno accordi forfettari. In un mondo ideale, ma purtroppo viviamo nella meschinità, la Serie A – intesa come i calciatori – avrebbe dovuto auto-tassarsi in modo da far respirare le casse delle società e, soprattutto, per salvare i colleghi. Perché nel calcio non esistono solo Cristiano Ronaldo, Ibrahimovic, Lukaku, Dzeko, Immobile, Insigne e via discorrendo. Paradosso, provocazione o come meglio preferite. Anche stupidaggine, ma la realtà del calcio è fatta anche delle serie minori.

UN TUFFO NELLA NORMALITÀ – Nei giorni in cui i calciatori vanno in copertina per la positività al Covid-19 o per un ritorno nel Paese d’origine che li porterà – secondo la legge in vigore – a una quarantena obbligata al loro ritorno in Italia, le pagine più inverosimili sono quelle legate agli stipendi. Auto-tassazione dicevamo, e lo ripetiamo perché di fronte all’inverosimile diventa difficile comprendere. Inutile fare la lista dei guadagni annuali e mensili dei sopracitati, sicuramente tutta gente che con un paio di mensilità in meno potrà sopravvivere lo stesso. Diversa, molto diversa, la situazione di calciatori come loro ma di altre categorie. Non c’è bisogno di sprofondare in Serie D per avere casi limite. In Serie B, infatti, da qualche anno è stato istituito il “tetto ingaggi” con i più ricchi che possono vantare contratti massimi di 300 mila euro. A cascata i contratti sono minori, in alcuni casi di molto. Pensare di tagliare due, tre o quattro mensilità a questi calciatori diventa meno somigliante rispetto ai colleghi di Serie A. Se quelli della serie cadetta potrebbero, tutto sommato, respirare, è molto più complicata la situazione dei tantissimi calciatori dei 3 gironi della Serie C e dei 9 della Serie D. Nel calcio le categorie esistono e si differenziano per qualità e anche per costi, ma non in maniera proporzionata. Per quanto un calciatore di Serie A possa essere più bravo di uno di D, guadagnerà infinite volte di più rispetto al valore generale. Chi pensa a questi calciatori? E le società? Tornando al nostro mondo – Acr Messina e Fc Messina -, siamo di fronte a realtà dilettantistiche dai bassissimi introiti da indotto (come quasi tutte le società di D) che con l’attività sospesa si trovano nel chiaro stallo dei guadagni ma con il dovere morale di non poter tagliare di netto stipendi pari a somme non certamente altisonanti, ma necessari per la sopravvivenza di tantissime famiglie. In Serie C e Serie D nessuno guadagna i milioni, molti faticano e i più giovani sopravvivono con cifre irrisorie. Parlare di soldi è sempre brutto segno. Far capire, però, al sistema calcio nazionale che 60 società di Serie C e 162 di Serie D – e rispettivi tesserati – domani potrebbero non esistere più, diventa necessario per far comprendere dove puntare il mirino quando si parla di emergenza nel mondo del calcio. Altro che Serie A, Liga o Champions League.

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