Lega Pro, la questione meridionale

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Pubblicato il 17 giugno 2016 in Punto C

Nessun sussulto a sud di Roma. Per il secondo anno consecutivo dopo la riforma, una squadra del girone meridionale di Lega Pro non riesce a centrare la vittoria nella coda degli spareggi promozione. Derby tra rivelazioni nelle semifinali della stagione 2014-15 per il Matera di Auteri sconfitto ai rigori contro un non irresistibile Como (poi promosso a spese del Bassano), debacle tra le polemiche per il favorito Foggia con il Pisa nell’ultimo atto dei campionati professionistici italiani andato in scena domenica 12 giugno. Verificare i pregiudizi, buona prassi del saggio: spesso disprezzato per i deboli contenuti agonistici, il girone mediano consegna due club alla prossima Serie B (Spal e, per l’appunto, Pisa), mentre il girone A potrà fregiarsi ancora per diversi anni di aver ammirato una squadra nelle semifinali di Tim Cup (Alessandria). Girone C non pervenuto se non per la vittoria del Foggia nella Coppa Italia di categoria: magra consolazione di una stagione a lungo proiettata verso altri traguardi.

pisa_calcioI DATI – “Non ho mai visto un tifoso fare gol”, affermava il numero uno della Juventus e della Nazionale Gianluigi Buffon nel 2013 alla vigilia della sfida esterna con il Galatasaray. Impossibile dargli torto anche per competizioni meno prestigiose: considerando un bacino di popolazione pressoché identico per i tre gironi di Lega Pro (con una media di 1.350.000 abitanti per raggruppamento), la netta supremazia del Meridione in termini di affluenza media allo stadio ha prodotto nell’ultimo biennio risultati poco esaltanti. Al Nord guidano la speciale classifica Padova e Reggiana (rispettivamente con una media di 4268 e 4005 spettatori per gara) con lo stadio Euganeo scenario della gara più seguita (6144 presenze per il derby con il Cittadella). Confortante per tutto il movimento di terza serie proprio il dato della Reggiana, stante la triennale coabitazione con il Sassuolo. Discorso diverso in termine di efficacia nel Girone B, con Spal e Pisa a guidare senza concorrenza le sorti del raggruppamento anche nella soddisfazione dei cassieri: 5131 le presenze medie stagionali al Mazza, 6291 nell’impianto toscano. La differenza c’è e si vede, con la distanza sull’anonimo Siena di questa stagione attestata da uno scarto di quasi 2000 spettatori. Media per girone più elevata rispetto al Nord (1803 contro 1505) con sei club vistosamente al di sotto delle quattro cifre (Lupa Roma, Pontedera, Prato, Santarcangelo, Savona e Tuttocuoio).

LA PASSIONE – Le impressioni incontrano tuttavia un dato certo: pur nella crisi generale del sistema calcio, il Sudimg_archivio52332012195451 continua a rispondere presente in termini di passione. Media di 3144 spettatori per il girone C con Lecce, Foggia e Catania trionfalmente sugli scudi (rispettivamente 9607, 9077 e 8722 spettatori a partita). Impossibile dimenticare in questo discorso i 18.426 paganti del derby tra Messina e Catania, tra gli spot più esaltanti per programmare un futuro a queste latitudini. Per i peloritani da rimarcare anche le 60.000 presenze complessive (appena 11000 in meno del Benevento) con una media di 3529 spettatori nelle 17 gare casalinghe. Gli incresciosi episodi che hanno visto protagonista il Foggia in campionato (dopo la sconfitta di Andria) e nella coda dei playoff (sospensione della finale con cinque turni di squalifica allo Zaccheria da scontare nel prossimo torneo) sono in controtendenza con un generale miglioramento della sicurezza negli stadi e nelle vie d’accesso agli impianti, segno di una decisa evoluzione maturata negli ultimi anni in questa direzione.

I MOTIVI – La vittoria di Pirro, dunque, per il Sud Italia, dove ancora la programmazione appare formula chimerica: le favole Carpi e Frosinone tenute a battesimo per due stagioni consecutive dal Lecce dimostrano ancora una volta la supremazia del progetto di fronte alla necessità della vittoria. L’età media più bassa nei gironi A e B è frutto della sinergia instaurata con le realtà più ricche della zona (Atalanta, Juventus, Chievo Verona, Torino, Sassuolo), un modello che appare ancora difficilmente esportabile al Meridione, se non in pochi casi isolati (Cosenza su tutti): Napoli, Trapani, Crotone e Palermo le realtà più attive in questo senso, troppo poco per poter puntare all’eccellenza per l’intero movimento. Impiantistica e programmazione le carenze più vistose, con i settori giovanili spesso dirottati per necessità logistiche in realtà distanti dalla quotidianità della prima squadra: la radiografia del calcio meridionale è impietosa, quando gran parte dei talenti trova ancora oggi visibilità solo spostandosi a Nord di Roma. Vincere non è l’unica cosa che conta se la chiesa deve tornare al centro del paese. Quattro under italiani in campo senza particolari alchimie burocratiche una possibile medicina, quanto al resto è soprattutto compito dei Comuni: fuori dal Patto di Stabilità, in risposta all’austerity, un serio lavoro sugli impianti sportivi potrebbe ridare ossigeno alle economie locali e alle società di calcio con indubbi benefici anche a livello sanitario e per lo sport di base. Con coperture economiche sostenibili, garanzie e documenti proposti con lungimiranza dai club: senza questi, solo inutile chiacchiericcio.

Quale fattore in particolare incide sulle difficoltà della squadre meridionali di Lega Pro?

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* dati tratti dal sito www.stadiopostcards.com

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