Messina, can che abbaia

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Pubblicato il 12 ottobre 2017 in Primo Piano

Una bolla di sapone durata un paio di giorni. La sfuriata a salve di Pietro Sciotto si rivela, immediatamente, uno sfogo senza ripercussioni. Sin da subito era chiaro che la rabbia nata sul terreno del San Filippo fosse più un accumulo di frustrazioni che reale voglia di disimpegno. In piena euforia da grafomane il numero uno giallorosso torna a comporre: stavolta i toni sono morbidi, un pentimento probabilmente nato dopo lunghissime conversazioni con l’intera famiglia. L’insistenza rimane forte solo sul piano dell’educazione, come se gli insulti ricevuti fossero il primo caso di contestazione colorita subita da una proprietà. Le classiche porte aperte a possibili imprenditori non incantano nessuno, la famiglia Sciotto deve proseguire nelle strada intrapresa in estate. Un impero commerciale e interessi politici forti non possono essere messi in secondo piano, non può essere questo il modo per fare un passo indietro per gli Sciotto. Il danno di immagine al centro di tutto: tanto basta per ingoiare un paio di volgarità ricevute e mettere in secondo piano la suscettibilità. Allo stesso modo la piazza farà finta di non reputare sgradevole lo sbandierare conti e spese, come se l’acquisto e la gestione del Messina sia una sorta di elemosina fatta al tifo giallorosso. Obiettivamente ad appassionati e critica quanto una proprietà abbia dovuto sborsare potrebbe, davvero, fregare pochissimo se non proprio nulla. Nessuno ha bussato alla porta degli Sciotto, adesso imparino a non rinfacciare quanto fatto dato che tutte le scelte fatte hanno seguito un copione ben chiaro nella testa dell’intera famiglia.

IMPROVVISAZIONE – Tra domenica e mercoledì il Messina smaschera la sua totale impreparazione dal punto di vista gestionale e comunicativo. Sciotto regala un paio di perle retoriche e risibili al limite del patetico, fortunatamente non seguito a ruota da una dirigenza bolsa e apatica. Le urla e gli strepiti del post Acireale sono serviti soltanto ad allontanare qualche appassionato opaco, oltre che acuire la rottura con una frangia del tifo organizzato. Possibile una tregua armata per il bene comune, possibile anche che una vittoria sul semplice campo del Roccella rassereni in apparenza l’ambiente. 3 punti che potrebbero nascondere i dissidi, ma che non muteranno l’improvvisazione con cui questo Messina continua la sua vita: Sciotto padrone nevrastenico, assoluto decisore senza una reale visione del circostante. Il terremoto non è arrivato, al momento nessuno sembra rischiare il posto sopratutto tra coloro che bivaccano nel nulla. Il più chiacchierato rimane, assurdamente, Fabrizio Ferrigno: l’unica speranza sul piano sportivo per questo Messina è invece messo in secondo piano dalla presunzione di approssimativi conoscitori di calcio. Velo pietoso sulla dirigenza non sportiva, anche perché non è nota una sola presa di posizione allo stato dell’arte.

TATTICA – Antonio Venuto ci sta mettendo tutto se stesso per farsi cacciare. La scusa del tempo e degli under scarsi aveva stancato già ad inizio settembre, a metà ottobre non è più accettabile. Il suo Messina non gioca un calcio piacevole, nessuno si lascia più incantare da un paio di scambi ben riusciti a centrocampo. I giallorossi sono sterili in fase offensiva e mal schierati in quella difensiva: in avanti dare la colpa al numero 9 è diventato il paravento per tutto, in realtà il Messina non solo non finalizza ma neanche crea. Dezai si è divorato un paio di discese solitarie sui campi di Cittanovese e Gelbison, nulla di costruito dalla squadra però. Al San Filippo la sua prima rete ha chiarito che il passo avanti sarebbe quello di metterlo davanti alla porta, dopo potremmo parlare di un’eventuale mancanza di killer instinct. I fraseggi e le aperture della mediana non sono altro che un palleggio noioso, si gioca pochissimo in verticale e quasi mai si attacca la profondità. Al centravanti di turno si chiede lo sciocco e stucchevole movimento per un gioco di sponda, anche in Terza Categoria dopo le prime due volte si trovano le contromisure. In fase di non possesso comincia il vero dramma: il Messina è sempre troppo lungo, sfilacciato e consente agli avversari di giocare con troppa libertà. La croce sui difensori è il modo più semplice per riassumere le reti subite, le colpe sono però da suddividere equamente.

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