Un mese dopo la retrocessione, Justin Davis torna a parlare ai tifosi del Messina. Tra le pieghe di un testo c’è sempre più verità di quanta se ne trovi nelle intenzioni dichiarate, ma in questo caso resta persistente la sensazione di preconfezionato. In mezzo alle frasi fatte, però, spuntano alcuni appuntamenti che diranno la verità sul futuro.
LA FORMA È SOSTANZA – La prima cosa che salta agli occhi non è il contenuto, ma la forma. Quel trattino lungo (questo —), il cosiddetto em dash, che compare più volte nel testo è una spia stilistica precisa: è il segno grafico prediletto dai testi generati con l’intelligenza artificiale, mutuato dall’inglese e praticamente assente dalla scrittura italiana naturale. Lo avevamo scritto mesi fa: «copywriter schiavi dell’AI». Il comunicato di Davis lo conferma plasticamente. Ora, apriamo una parentesi che chi scrive conosce per mestiere. Comunicare una retrocessione è la cosa più difficile che esista per una società sportiva: non ci sono parole giuste, non ci sono formule magiche. Ma proprio per questo esiste una sola via, ed è la più antica: scrivere a mano, col proprio italiano, magari sbagliando una concordanza. Essere veri. Un presidente che dopo l’Eccellenza si siede e scrive «scusate, ho sbagliato questo e questo» vale più di mille strategie. Invece no, l’em dash. La macchina. Il testo levigato che non conosce la città, la storia e il dolore di chi ha riempito l’Aldo Campo. Se a Messina sostituisci il nome di un’altra squadra è un testo che va bene lo stesso. E non è un dettaglio estetico, è la conferma di un metodo: la comunicazione di Racing Group resta quella di sempre, confezionata, esterna, distante. Poi c’è il tono, e qui il déjà-vu diventa imbarazzante. «La ferita è ancora aperta», «il dolore si combatte lavorando ancora di più», «si riparte, insieme». Fino al gran finale: «Messina merita questo e molto di più». Frase identica, nella sostanza, a quella della presentazione di un anno fa. Allora valeva come promessa, oggi suona come una beffa. E ancora: «Noi lavoriamo in modo trasparente e corretto, sempre». Sempre? Davvero? Perché la cronologia dice altro. Pagniello assente in sala stampa dopo Enna, Nissa e Gelbison; Evangelisti esonerato in piena notte senza una parola pubblica; Feola confermato per due mesi a zero vittorie; le conferenze pre-gara sostituite dalle dichiarazioni filtrate dall’ufficio stampa. Questa è stata la trasparenza di Racing Group? Bocciati. Non un’opinione: una sequenza di fatti documentati. Dentro lo stesso schema rientra la nota inviata al sindaco con «tutti i nostri impegni» messi nero su bianco. Bene, ma perché al sindaco e non alla città? Perché protocollata e non pubblica? Chi l’ha letta, chi può verificarne il contenuto? Una nota di cui nessuno conosce una riga non è trasparenza. È un alibi con timbro. Come «corazzata», parola grossa già sentita: l’ambizione sbandierata un anno fa ha prodotto Kaprof e Werner, Parisi e Feola, l’esonero di Romano, la fuga di Martello, dieci punti in undici giornate di ritorno e l’Eccellenza. Le parole grosse non hanno più credito. Non per pregiudizio: per storia.
IL CALENDARIO DELLA VERITÀ – Detto questo, saremmo disonesti noi se ci fermassimo alla demolizione. Perché criticare tutto, sempre e comunque, è l’altro modo di non fare giornalismo. Qualcosa di concreto, stavolta, c’è. Le cose verificabili sono tre: la domanda di iscrizione e ripescaggio (novità non prima del 10 luglio) presentata con tanto di assegni circolari, Davis a Roma il 3 giugno per consegnare di persona la documentazione, il ritiro fissato al 20 luglio a prescindere dalla categoria. A queste si aggiunge l’unica notizia vera della lettera: il direttore sportivo sarebbe già individuato, per entrambi gli scenari, ma non può essere annunciato perché tesserato altrove fino al 30 giugno. Plausibile e, soprattutto, verificabile. Se il 1° luglio arriverà un nome credibile, sarà il primo segnale concreto di una svolta, se arriverà l’ennesimo profilo scelto per convenienza o amicizia, sapremo tutto anche stavolta. E allora il calendario della verità è semplice: 30 giugno, 3 luglio, 10 luglio, 20 luglio. Quattro appuntamenti concreti, incontestabili, che nessun specialista della comunicazione potrà addolcire. Fino ad allora le parole valgono quello che hanno valso nell’ultima stagione: poco, pochissimo, niente. «Vi chiedo solo un po’ di pazienza», scrive Davis. E qui fermiamoci tutti un attimo, perché questa frase merita rispetto. Non per chi la scrive, ma per chi la legge. La pazienza, il tifoso del Messina, la conosce come pochi altri: è quella di chi va a Ragusa sapendo come finirà, di chi rinnova l’abbonamento dopo ogni delusione, di chi in quasi vent’anni ha visto avventurieri, illusionisti e incapaci passare dalla stessa porta con le stesse promesse. Non è pazienza, a ben vedere: è amore. Quello non si esaurisce, ma non si compra nemmeno con una lettera. Il problema non è chiedere pazienza, il problema è che ogni volta che qualcuno l’ha chiesta, la risposta è stata un’altra ferita. Davis può dimostrare di essere diverso, ha quattro date per farlo. Le aspettiamo: senza pregiudizi, ma senza sconti.