Oltre cento giorni per metabolizzare l’amarezza, riordinare i pensieri e accettare una verità scomoda: odiare non serve a niente. C’è ancora un Messina da raccontare, ragazzi che corrono e una città che – nonostante tutto – continua a credere nel calcio. Anche se il calcio che le viene offerto è questo.
IL PESO DEL RANCORE – L’estate del 2025 è stata l’ennesimo teatro dell’assurdo, con Peditto nei panni del pompiere chiamato a spegnere l’incendio di otto anni di gestione Sciotto. Doadi, Tribunale, fideiussioni: parole che risuonano come echi di una procedura fallimentare travestita da operazione di salvataggio. Ed eccolo lì, il Messina. Ancora in piedi, ancora a giocare. E dopo otto anni di Sciotto anche Peditto può sembrare, per alcuni, una soluzione. Sarebbe facile continuare a puntare il dito. Sciotto che sparisce, Cissè che non è mai esistito, Alaimo che firma carte senza senso. Peditto stesso che prima getta la spugna (“troppe richieste, tempo scaduto”) e poi torna in corsa quando è l’unica opzione rimasta. Una galleria di personaggi che ha portato il club sull’orlo del baratro, se non già oltre, e che ora cerca di rimediare a sé stessi. Il rancore brucia, si alimenta di ogni episodio grottesco di questa estate infinita. Ma il rancore è un lusso che questo Messina non può permettersi. Perché mentre ci incazziamo e vergogniamo per le vicissitudini giudiziarie, un gruppo di ragazzi si è presentato a Lamezia per prendere cinque gol e mettere una maschera sulla faccia del calcio messinese. Senza preparazione, senza gloria, solo per onorare una maglia che altri avevano già venduto. “Grazie ragazzi”, scrivemmo a maggio. E lo ribadiamo oggi, perché loro non c’entrano niente con i fallimenti di chi li ha preceduti.
L’ARTE DI RICOMINCIARE – Il Messina di settembre è figlio di un’estate surreale. Peditto che corre contro il tempo – un grande classico del calcio messinese -, Romano e il ds Martello che allestiscono una squadra dal nulla – il cui giudizio arriverà, inesorabilmente, dal campo -, il San Filippo ostaggio di debiti e burocrazia (non per ideologia ma semplicemente perché la proprietà è ancora la stessa: Cissè+Sciotto). E rilasciato con la condizionale. Non è il calcio che sognavamo, ma è il calcio che abbiamo. Compreso Peditto, che si lamenta della stampa e attacca chi critica. Ma va bene così, anche questo fa parte del “lasciare andare”. E nessuno si è sognato di muovere – o anche solo pensare – la minima critica a chi è sceso in campo a Lamezia. Ma il vittimismo è una strategia comunicativa che nel calcio funziona. Anche a queste latitudini, dove grattare la pancia a chi sopravvive grazie a complotti e nemici immaginari funziona ancora meglio. Lasciare andare non significa dimenticare. Significa smettere di farsi divorare dal disprezzo per chi non merita nemmeno più quello. Significa guardare questi ragazzi che si allenano da una settimana e accettare che, per ora, sono tutto quello che abbiamo. Significa tifare per loro, non contro qualcun altro.
IL VOLONTARIO NAUFRAGARE – Forse il vero amore è questo: guardare questi ragazzi che si allenano da una settimana senza farsi troppe illusioni su chi li guida. Non per cinismo, ma per realismo. L’odio ci ha tenuto in ostaggio il respiro per troppo tempo. Ora c’è una squadra da seguire, una stagione da vivere, una città che ha bisogno di ritrovarsi allo stadio senza l’amaro in bocca di questi anni. Il 7 settembre, quando il Messina scenderà in campo contro l’Athletic Palermo, non sarà il Messina che volevamo. Sarà quello che nasce dalle ceneri di otto anni di mediocrità e da un’estate di pantomime. Ma sarà comunque il nostro Messina. E anche se non basta, almeno è un inizio. Perché l’arte di lasciar andare, alla fine, è anche l’arte di ricominciare.
*foto copertina: Acr Messina – Facebook ufficiale | ph. Francesco Saya