Il calcio a Messina è morto. Non a Ragusa. Quello è stato solo l’ennesimo vilipendio di un cadavere vecchio quasi venti anni. Dalla mirabolante idea di Franza di iscrivere la squadra in D, passando per avventurieri, illusionisti, Sciotto (l’avatar Cissè) e finendo con Davis e la gestione sportiva (che ridere!) di Pagniello.
UNA LUNGA SERIE DI INCAPACI – E che facciamo, la cronistoria di un disastro? Ma a che servirebbe. Tanto, conoscete tutti cosa accade nella nostra città da ormai troppo tempo. Il calcio è un orpello inutile, terreno fertile per soggetti il cui quoziente intellettivo è pari a un numero negativo. Una lunga serie di tragici eventi, dove l’ultimo non è il peggiore possibile dato che sembra sempre esserci tempo per fare qualcosa di ancor più tragico. Justin Davis e Morris Pagniello firmano la prima retrocessione in Eccellenza del Messina – e se non è la prima (non ho la forza di scavare nelle statistiche), cambia poco. Ma non possono essere bollati come la pagina più triste della storia giallorossa. Semplicemente perché la tristezza è un sentimento radicato. Che si contrappone all’amore, quello di un pubblico arrivato in massa all’Aldo Campo e presente davanti agli schermi di TCF. Quello di un popolo tifoso che non andrà mai contro la sua maglia, ma che oggi deve prendere coscienza che serve un forte distacco mentale per pretendere di più. Non fidarsi deve diventare il verbo. Impossibile fare diversamente. Solo delusioni e collezioni di errori. Due promozioni in C in venti anni – una con Lo Monaco e una con Sciotto – sono il nulla cosmico nel panorama calcistico. Il niente assoluto. La retrocessione in Eccellenza è quindi una logica conseguenza, il finale amaro ma giusto per un movimento abbandonato da ogni capacità e conoscenza. Gestioni al limite del pidocchioso quando non volutamente in malafede, le meno crudeli diventano – per un paradosso insopportabile – quelle incapaci. Questa, quella che ha portato all’Eccellenza, rientra in questo quadro. Da dicembre, dall’arrivo di Racing Group, il Messina è sprofondato. Pian piano nei numeri, nettamente nella gestione. Davis ha sborsato una cifra enorme, ma averla donata per i comodi di Pagniello è un errore da cui non potrà sottrarsi. Nel gioco delle responsabilità resta un gradino sotto rispetto al socio, ma se la barca sta affondando non puoi restare a guardare. Pagniello si è intestato un ruolo che non è il suo, perché non ne ha le competenze. Via Martello, via Romano, ci sono i soldi ma non c’è nient’altro. Un crollo verticale, da gennaio a marzo per cancellare il cammino del girone d’andata che, se confermato nel ritorno, avrebbe portato alla salvezza. Certo, anche questo è banalizzare. Perché se una squadra ha bisogno della balia non è una squadra così forte dal punto di vista caratteriale. Perché poi gli argini si rompono e viene fuori l’onda, così giustificare il gruppo per aver perso Martello e Romano diventa un’offesa alla loro professionalità. Oppure, sono solo non all’altezza e devono prenderne atto. La retrocessione non può essere imputata alla sola squadra, loro nella scala dei valori stanno a metà. Ma tutti dovranno riflettere su quanto siano mutati tra andata e ritorno. E le scuse stanno a zero. Repetita iuvant: se gli addii di Martello e Romano hanno inciso così tanto, allora non siete i professionisti che credete di essere.
PARTITA PERSA – Ci sarebbe da parlare della partita, perché poi i massimi sistemi lasciano il tempo che trovano quando a parlare è stato il campo. Un po’ come Bosnia-Italia, sì il calcio nazionale è ignobile ma il match si poteva e doveva vincere. Per questo playout il discorso è simile: la gestione del Messina è risibile ma a Ragusa si poteva e doveva vincere. Invece no, uno zero a zero con lampi solo quando l’acqua era oltre la gola; insomma, quando la paura veniva travolta dall’adrenalina. Feola (voto 4) non stupisce nelle scelte, ma l’atteggiamento della squadra non è degno del tipo di match. Terrorizzati, con pochissime idee e ancora meno qualità per metterle in pratica. Litigi immediati, nervosismo inutile e il Ragusa gongola. Oliviero gioca a fare il bulletto, Touré a nascondino. Tedesco si fa il mazzo per gli altri e non viene aiutato. La mediana è travolta, perché Zucco e Matese scappano in avanti lasciando Garufi nel deserto. Squadra lunga e che non funziona. Primo o secondo tempo cambia poco. Poi entra Saverino – e pure Zerbo – che dà la scossa con due colpi d’autore: sul primo Bosia parte mezzo passo oltre, sul secondo vola Esposito. Due lampi da palla ferma e di un singolo. Le uniche armi di una squadra al disarmo. Supplementari, rimpalli, Roseti che ci arriva ma non ha la forza necessaria e il suo tiro incoccia la testa di un Esposito miracoloso e fortunato quanto serve. Finita. Eccellenza. Feola espulso che litiga con la gente, ma la sua gestione è stata conservativa fino al sesto cambio Maisano per Bombaci. Il Messina chiude con tre centrali di difesa nonostante il Ragusa avesse smesso di attaccare al 25′ del primo tempo. Imbarazzante.
OLTRE LA FUFFA – Oscillare tra campo e realtà, perché la retrocessione in Eccellenza è una questione di campo ma non solo. Squadra da 46 punti, ma il -14 non è piovuto dal cielo a stagione in corso; era una condizione nota e con cui i conti sono stati fatti dall’inizio. Al Messina, come detto, è mancata continuità e la serie di occasioni sprecate è incredibile. Anche fino all’ultimo, quando tra Lamezia e Igea sarebbe bastata una vittoria per ambire almeno a giocare in casa contro il Ragusa. Ma le questioni tecniche le abbiamo sviscerate velocemente, anche perché in campo non è successo nulla. La squadra ha tradito le attese con una prestazione mediocre e atterrita, quindi non meritando nessuna attenuante. Feola ha fallito su tutta la linea e dal primo giorno. Resterà l’illusione del Granillo; poi solo alchimie e fuga dalle responsabilità. E gli hanno fatto pure un anno e mezzo di contratto. Ecco, torniamo alla proprietà. Che si fa? Perché la domanda è tutta qui. Alla fine non parla nessuno – non sia mai – se non Maurizio Mantineo che si prende un’altra volta responsabilità e lacrime. Va ricordato: se il Messina non è stato cancellato dal Tribunale il merito è soprattutto suo. Il resto sono chiacchiere. Torniamo a Davis e Pagniello: che si fa? Ripetere serve sempre. Parlare di ripescaggio è anacronistico oggi, inoltre vanno studiate bene le carte federali; per altre vie servirebbero gente scafata che sa quel che si deve fare e terreno fertile. Si vedrà. Però, questi proprietari sono capaci di rilanciare? Un campionato di Eccellenza non si vince da solo, perché vincere non è scontato. E non bastano i soldi, servono persone alla guida che sanno cosa e come fare. Loro due non hanno dimostrato di saper gestire al meglio un club. Con le ambizioni che hanno sbandierato. Davis avrà speso, ma non può pensare di delegare ancora a chi lo ha condotto nello strapiombo dell’Eccellenza. Pagniello ha mostrato sul campo di non essere all’altezza del compito: prima i dissidi con Martello, poi il voler incidere sul mercato per portare a Messina figurine e favori. Le mani legate a Evangelisti e il disastro delle scelte sul tecnico: dall’esonero di Romano a Feola passando da Parisi. Mai una linea da seguire, solo improvvisazione. Tipica di chi non sa e, peggio, si affida a consulenti inadeguati e ricchi di interessi. Il Messina del Racing Group è una società che non esiste, gestita da remoto e mossa da manovre fine a sé stesse. Vuote, come la fuffa messa in piedi per cambiare l’immagine. Che è necessaria – è un lavoro che conosco bene – ma resta fuffa, soprattutto se non accompagnata dal resto. Dalla costruzione di un organigramma serio, corposo, esperto e capace. Il resto sarebbe conseguenza, risultati sportivi compresi. Non basterà un contrito post su Instagram scritto con l’AI per trasformarsi in vittime. I carnefici restino dalla loro parte del tavolo. Una lista degli invitati lunga, che come detto nella premessa di questo articolo parte da lontanissimo: dal 2008. E contiene tutti, sciacalli compresi che oggi sono pronti a insegnarvi come si fa calcio anche se non hanno mai terminato la famosa O col bicchiere. Con loro anche i candidati sindaco: su queste pagine non si parla di politica, quindi non si entra nel merito di chi abbia detto cosa; perché il problema è aver avuto il coraggio pure di dire qualcosa. Per mero sciacallaggio politico. Tutti quanti. Disinteressati al tema, spinti a mostrarsi su suggerimento di inetti consiglieri ma poco credibili vista la loro perdurante assenza. E, dato che non siamo nati ieri, assenza che avrà continuità anche dopo il 25 maggio. Un bel tacer non fu mai scritto.
Giardino 6
Non deve fare grossi interventi se non un paio di uscite alte e una respinta su Capone nei supplementari.
Clemente 5,5
Partita ordinata dal punto di vista tattico, molto impreciso da quello tecnico. (dal 23′ s.t. De Caro 5: entra per fare il finto terzino ma deve spingere e manca qualità)
Trasciani 6
Subito un giallo per uno scazzo con Golfo, ma lo gestisce bene. Un paio di chiusure ottime, poi il Ragusa non attacca più e si butta in avanti alla ricerca del gol salvezza.
Bosia 6,5
Non perde un duello, cattivissimo e forse l’unico. Segna anche il gol dell’illusione ma è fuorigioco.
Oliviero 4
Si innervosisce subito, entra duro su Esposito e inizia a litigare con la panchina avversaria. Sbaglia tutte le scelte, tutti i movimenti e nell’uno contro uno è macchinoso. Delusione totale. Stavolta non vale nemmeno la scusa del sacrificio tattico; la sua è una prestazione immatura. (dall’8′ s.t. Roseti 5,5: si vede che non sta bene, infatti fatica ad affondare in una corsa fluida. Però, il fiuto del gol lo porta a essere nel posto giusto quando serve ma Esposito tira fuori il miracolo)
Zucco 5,5
Primo tempo opaco, nel secondo prova a crescere anche nelle responsabilità ma il Ragusa se lo mangia con raddoppi continui. (dal 20′ s.t. Zerbo 6: buon ingresso per volontà e tecnica, un paio di giocate illuminanti ma tutte lontanissime dalla zona pericolo. Troppo sacrificato nell’alchimia folle di Feola)
Garufi 5,5
Soffre come tutta la mediana, soprattutto perché gli avversari corrono di più e meglio. Non ci sono spazi o linee di passaggio, lui si arrangia con esperienza poi cala alla distanza.
Matese 5,5
Come i due compagni di reparto soffre l’asfissia tattica degli iblei e non riesce mai a trovare una zona di campo in cui ricevere. Si impegna, ma non basta. (dal 31′ s.t. Saverino 6,5: altro atteggiamento e caratteristiche che servivano forse prima. Personalità e poi l’assist per Bosia e una punizione furba a cui manca qualche centimetro per diventare salvezza. Entra tardi, il centrocampo era piatto)
Bombaci 6
Prova sempre a puntare l’avversario perché capisce che è l’unico modo per creare superiorità. Non ruba l’occhio ma non è criticabile. (dal 1′ s.t.s. Maisano s.v.)
Tedesco 5,5
Primo: non doveva uscire. Secondo: deve giocare solo spalle alla porta per ripulire palloni. Non è calcio. In un paio di occasioni forse è meno reattivo degli avversari ma il sacrificio è stato eccessivo. (dal 45′ s.t. Kaprof 4: in teoria avrebbe pure i colpi, ma li hanno visti solo in Argentina o in qualche video ben montato. Acquisto ingiustificabile da parte di Pagniello. Entra spavaldo, ma al primo vero controllo scivola in maniera ridicola. Non sa cosa sia la Serie D, è l’emblema del fallimento del Racing Group)
Touré 5
Per mezz’ora i compagni si dimenticano di lui, poi prova a farsi coinvolgere ma gioca una partita impaurita e senza personalità. Doveva essere l’uomo in più, è stato un fantasma.
RAGUSA M. Esposito 7,5; Benassi 5,5, Callegari 6,5, Prestigiacomo 6,5; Accetta 6, Bianco 5,5, Memeo 6, D’Innocenzo 6 (dal 39′ s.t. D’Amore 6), B. Esposito 5,5; Sinatra 6,5 (dal 31′ s.t. Campanile 5,5), Golfo 5,5 (dal 18′ s.t. Capone 6). All. Lucenti 6,5