Sasà Marra, fallimento tecnico annunciato

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Pubblicato il 18 ottobre 2016 in Tattica

Forse non sarebbe neanche il caso di fare premesse ovvie. Perché che la responsabilità principale del fallimento di Marra sulla panchina del Messina, numeri alla mano, siano in gran parte di una società incapace di ricostruire la squadra volutamente smantellata dopo il campionato scorso, è sotto gli occhi di tutti. Stracuzzi e soci hanno deciso, scientemente, di basare la stagione su un gruppo buono per i contributi federali e meno per un campionato difficilissimo come questa Lega Pro. Inutile fare la cronistoria delle scelte scellerate, dagli addii di Argurio e Di Napoli fino a Marra passando per l’interregno di Bertotto e Tosto. La squadra a disposizione del tecnico campano è, innegabilmente, scadente dal punto di vista tecnico e mentalmente impreparata alle pressioni di una piazza come Messina, aumentate dalle improvvide dichiarazioni in materia di obiettivi. Questa la prima premessa, la seconda riguarda il piano umano e storico di Marra e Buonocore: non saranno sei sconfitte in nove partite a cancellare quanto fatto da calciatori a Messina. Il campo, però, ci impone un’analisi fredda e obiettiva di quanto fatto vedere dal Marra allenatore: un gruppo costruito secondo altre idee di calcio, ma entrare in corsa è una circostanza che in queste categorie deve essere facilmente assorbita. Il mercato non vede protagonista Marra, anche se dopo l’addio di Baldassin indicare Capua come nome buono per il centrocampo è peccato capitale. L’allenatore è chiaro sin dall’inizio: “Dal centrocampo a tre non possiamo prescindere”. Su questa base costruirà il suo fallimento, come già analizzato dai noi di Corner (Messina, la verità sta nel mezzo), il reparto mediano è il buco nero nel quale il Messina sparisce presto. Fossilizzarsi sul regista basso è stato un gravissimo errore, se poi il protagonista è questo Musacci allora siamo di fronte al perseverare diabolico. Marra arriva con la sua idea di calcio da imporre: un 5-3-2 che non può mai funzionare nel calcio di oggi, soprattutto senza gli interpreti corretti. L’evoluzione di un sistema simile passa da nuove concezioni: esterni più offensivi, intermedi con caratteristiche da ala per allargare il gioco e non perdere la possibilità di sovrapporsi. Tutte cose che la rosa del Messina non può permettersi, infatti il sistema non funziona e finisce in soffitta presto. La soluzione alternativa è il rombo: altra pagina di anacronismo tattico.

PIATTI – Usiamo una delle nostre lavagne per analizzare la disposizione ricercata da Marra. Partiamo dal sistema preferito dal tecnico: difesa schierata in maniera stretta, nessuna concessione verso l’esterno dato che quello spazio verrà occupato dall’abbassamento automatico dei due esterni che, in pratica, partecipano pochissimo alla fase offensiva se non in maniera alternata. Discorso identico per il centrocampo, la ricerca è quella della densità interna per difendere in blocco e lasciare spazio libero solo sugli esterni. Le due mezze ali vanno si muovono poco in uscita laterale, il solo Foresta ne ha le caratteristiche dato che sia Capua che Lazar faticano già a fare gli intermedi. Musacci (o il play in generale dato che la formazione è solo esemplificativa) è costretto a giocare molto basso, condizione che lo costringe ad una visione limitata data la lunghezza di cui soffre la squadra. Pecca, questa, che caratterizzerà tutta l’esperienza di Marra: la formazione tende a coprire malissimo il campo, perdere le misure è l’errore più grave tanto che per gli avversari sarà sempre facilissimo trovare zone di campo da attaccare in zona centrale. Infine l’attacco: Milinkovic (o Ferri) hanno la tendenza, probabilmente richiesta, di attaccare la zona destra del campo soluzione, questa,  che comporta ad uno sbilanciamento inutile dato che dalla parte opposta non arriverà il rimorchio di un esterno o una mezzala.

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A DESTRA – Altra lavagna per analizzare il cambio di sistema imposto da Marra: archiviata la difesa a tre, si passa al rombo di centrocampo. Scelta generata dall’arrivo al San Filippo del Foggia, c’è da bloccare la fonte di gioco e da inserire Mancini. La soluzione ingannerà, perché quando ti appiattisci sulla mediocrità ti accontenti di qualsiasi cosa. Il Foggia, dal punto di vista della creazione, farà comunque la partita. Mancini troverà il gol a Catanzaro, bravo a sfruttare l’applicazione di Milinkovic. Fermiamoci però alla sola disposizione: per tutte le uscite giallorosse abbiamo raccolto dati sulla copertura del campo degli uomini di Marra. Quello che ne viene fuori è una tendenza, richiesta, verso lo slittamento sulla parte destra del campo. Partiamo dalla difesa: notiamo subito la compattezza, che però risulta schiacciare più l’esterno mancino che altro. Il play basso rimane troppo a protezione, in più Foresta cerca campo pulito sulla corsia, l’altro intermedio non può far altro che stringere. Con la linea rossa tracciamo una diagonale che spiega tutto: da De Vito a Pozzebon (la formazione è sempre esemplificativa), il Messina tende ad adagiarsi verso destra, senza però compiere il passaggio finale ovvero il cambio di gioco per premiare l’eventuale attacco dello spazio liberato. Ferri o Milinkovic che siano, il gioco è sempre quello di aggirare la difesa avversaria sull’esterno, lasciando a Pozzebon la zona centrale. Il centravanti è troppo discontinuo nel suo approccio: o partecipa troppo e male, o non partecipa per nulla. Mancini è l’emblema del nulla: a Catanzaro lavora sporco in fase di non possesso, segnerà giustificando così la sua presenza in campo. Per il resto è un giocatore senza utilità tattica, non si passa da lui in fase di ultimo passaggio e la sua intensità difensiva è bassissima. Il sistema non funziona: squadra che continua ad allungarsi, si sbilancia senza motivo sulla destra e chiude le linee di gioco dei due vertici del rombo. Le punte non lavorano mai in coppia, se non nella circostanza in cui Milinkovic si accentra e gioca per Pozzebon (il gol contro il Foggia).

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IL FALLIMENTO – Riproponiamo tre immagini che hanno composto analisi di alcune partite giocate dal Messina di Marra: nell’ordine Juve Stabia, Foggia e Paganese. Tre momenti per dire come il suo Messina non abbia mai funzionato. La premessa di una squadra scadente è stata fatta, a questo però dobbiamo aggiungere il peccato più grave di Marra: non aver mai fatto suo il gruppo. Indubbiamente costruito per Bertotto, rimane però compito di un allenatore costruire un rapporto fiduciario corrisposto. Marra non apprezza la rosa e viceversa, quando lo esterna pubblicamente il rapporto cessa e Monopoli è la dimostrazione tangibile. Della sconfitta in Puglia, avrete notato, non ne abbiamo mai fatto cenno e non lo faremo non ritenendo quella una gara (realmente) giocata. Non torneremo a fare l’analisi delle azioni che vi stiamo riproponendo, solo una velocissima rinfrescata delle idee: prima azione, siamo a Castellammare il Messina scende in campo con il 3-5-2 ma fallisce immediatamente il sistema difensivo non riuscendo mai a giocare in blocco. Quando la Juve Stabia attacca dalla sinistra il Messina cerca una triplice chiusura, in mezzo rimane un abominevole due contro due, infine il ritardo di Akrapovic sul movimento ad attaccare lo spazio di Marotta. La linea a cinque non esiste, fallendo totalmente tutti i movimenti.

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Passiamo alla sconfitta interna col Foggia: per qualcuno una “buona sconfitta”, non per noi che facciamo della severità di giudizio un punto fermo. Che dall’asse Sarno-Angelo sarebbero arrivati i guai era noto a tutti; Marra però sceglie il rombo per chiudere la fonte di gioco (Vacca) e lascia spazio attaccabile sugli esterni. La sua idea è quella della densità interna, lo sfogo laterale deve essere avvilito dalla difesa sul cross e non dalla prevenzione. Non funzionerà mai: se Mancini scherma Vacca, il resto fa ciò che vuole. Coletti imposterà basso, mai preso da Pozzebon, con Sarno e Angelo che massacreranno il Messina con continui tagli e sovrapposizioni. Due gol di Mazzeo, entrambi nasceranno dal gioco sugli esterni.

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Ultimo focus: la prestazione penosa vista con la Paganese. Siamo nell’azione del gol del vantaggio firmato Deli, qui a fallire è il sistema di centrocampo. Marra sceglie, follemente, Ricozzi come intermedio destro. Deli distrugge tatticamente il prodotto giovanile del Genoa, i suoi tagli da sinistra al centro non verrano mai anticipati da Ricozzi e mai letti da Musacci che non aiuta. Mancini è sempre più drammatico: gioca col paraocchi su Pestrin senza intuire che il pericolo non passa da quella latitudine, non andrà mai in aiuto dei compagni. La squadra è lunga per colpa di Pozzebon, la difesa non si muove in maniera armonica perdendo le misure. La Paganese alterna ampiezza a giocate tra le linee, troppo per il Messina senza idee di Sasà Marra.

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Al di là delle questioni societarie, focalizzandovi solo sul campo avreste esonerato Marra?

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