Gela-Messina, il falò delle vanità

Pubblicato il 19 Gennaio 2026 in Primo Piano

Uno schiaffo dalla realtà. La sconfitta di Gela spiega al Messina che il solo addio di Romano non è bastato per risvegliare cuori e cervello, serve una sterzata diversa e la consapevolezza che l’intera stagione (sul campo) sarà di totale emergenza. Rincorrere sfianca e di inseguire non si finisce mai.

SAPER COSTRUIRE – Il calcio è sempre materia fin troppo umorale. Qualche settimana addietro era facile pensare che con un paio di innesti questa squadra avrebbe potuto scalare tutta la classifica, oggi è praticamente spacciata all’Eccellenza. Due non verità, due facce della stessa medaglia di quanto sia impossibile leggere il calcio in anticipo. Un mondo che ha le sue regole non scritte, i suoi equilibri e i suoi disincanti. Il Messina visto fino a Natale è squadra solida, cattiva, disordinata ma sempre capace di recuperare e mettere una pezza. Certo, è anche squadra che deve vincere al primo e unico tiro in porta e che non ha qualità per cambiare l’inerzia di alcune sfide. La vittoria sull’Igea Virtus e il pari di Milazzo – al netto di due prove che avrebbero messo in difficoltà anche i discepoli del risultatismo – sono state l’ultima prova di una squadra in difficoltà di gioco ma sul pezzo. Da Palermo in poi, invece, qualcosa sembra essersi rotto del tutto. L’esonero di Romano è diventato inevitabile, non solo per questioni di campo ma anche per una stima mai nata tra le parti. La reazione della proprietà è stata quella di non stravolgere, scegliere Parisi e farlo lavorare su una rosa appena rinfrescata soprattutto dagli arrivi di un intero nuovo reparto offensivo. Che non basta, come Sancataldese e Gela insegnano. E allora, entriamo nel dettaglio della gara del Presti – sul resto ci torneremo dopo: non si è visto un Messina diverso. Parisi (voto 5,5) ha preferito indossare il vestito da conservatore per la sua prima uscita, mantenendo un 3-4-3 che troppo facilmente diventa un 5-4-1 senza grosso coraggio. Tedesco abbandonato al suo destino e catene laterali che non hanno mai trovato i tempi di attacco per ribaltare il campo. Squadra che mantiene il difetto visto con Romano di essere lunghissima e lenta nel reagire quando si aprono dei varchi. La cerniera di centrocampo è il vero problema di questa squadra: Garufi ha cantato e portato la croce per mesi, ma non è un regista nella versione più classica della definizione e non ha variazioni di gioco tali da incidere sulla costruzione. Distribuzione corta e quantomeno la responsabilità di farsi dare palla. Matese doveva essere il game changer di questa squadra, riportando Garufi a un lavoro di fatica e prendendosi la responsabilità di giocare la palla. Neanche lui è proprio quello che serviva, più in generale il centrocampo a due necessita di altre caratteristiche da far sposare. Il reparto, nel suo insieme, è il più debole dell’intera rosa. Non per le qualità dei singoli, anzi presi singolarmente sono difficili da criticare in toto; ma perché non sembra avere le figure giuste a interpretare questo nuovo modulo. Che dovrebbe finire in soffitta quanto prima, oltre che anacronistico dal punto di vista tattico e anche poco adatto alla rosa a disposizione.

SUPERFICIALI – Il primo tempo di Gela, quindi, è in scia con questo visto nelle ultime settimane e con quanto ci si poteva attendere se la ripartenza è basata sull’attesa. Tutto poteva cambiare quando Tuccio ha ben pensato di farsi cacciare, ma ecco che la vera faccia del Messina si presenta: una squadra con pochissime idee. Sì, non per essere volutamente tranchant ma per non edulcorare nulla. Il Gela non si disunisce, Misiti fa un paio di mosse tattiche e la partita resta uguale. Identica. Se uno spettatore fosse arrivato dopo il rosso a Tuccio non si sarebbe accorto di nulla. E questa è una grande colpa del Messina, di una squadra incapace di aggredire la partita e l’avversario. Nessun tiro in porta, se non quello di Tedesco che avrebbe dovuto portare al rosso di Colace. Perché sì, il Messina male, ma Tierno che non ha il coraggio delle doppia espulsione anche peggio. Che non è una scusante, anche perché Tedesco poteva tirare meglio e soprattutto perché il tutto nasce da un break di Trasciani. Una giocata di un singolo per un contropiede, ma quelli in 10 erano gli altri. Quelli che avrebbero dovuto soffrire avevano la maglia del Gela. Che invece non si scompone, fa collezionare gialli al Messina – costringendo Parisi a due cambi forzati – e che non pare mai avere timore di poter perdere. Anche perché il Messina non costruisce nulla. Zerbo è inesistente, Oliviero non punta nessuno. Tatticamente si cambia solo quando Parisi inserisce Kaprof e passa una specie di 4-2-3-1, ma l’argentino non ha ancora capito cosa sia la Serie D. Squadra che non produce, non preoccupa. E che perde. Perché è leggera nella testa, superficiale, come se non avvertisse più il pericolo. Come se il grosso fosse stato fatto o, peggio, come se il tentativo di amalgamare vecchi e nuovi abbia dimenticato di inserire la paura tra gli ingredienti. La squadra di Romano per tanti mesi è stata spaventata, preoccupata di sparire o di non riuscire a risalire. Di colpo, poi, grazie alla penalizzazione annullata è iniziato a serpeggiare un virus: la sicurezza. Il “tanto ci salviamo”, non da parte della squadra ma dell’ambiente tutto. Quella classifica guardata senza il -14, quell’idea che valendo i primi otto posti sarebbe stato facile. Invece no, perché – soprattutto in D – il girone d’andata è una cosa, quello di ritorno può essere l’esatto contrario. Rose nuove, motivazioni diverse, chi doveva vincere può perdere e chi aveva già perso che vince sempre. Non chiedetevi il perché, è sempre stato così. Oliviero sbaglia, Parisi che conosce il calcio neanche guarda l’azione di Heatley ma si incazza subito col suo giocatore, tanto lo sa che ha già perso. Quando si gira verso la sua porta è consapevole che tornerà a casa con una sconfitta. Così è, se vi pare.

LUNA DI MIELE – Ma il campo è sempre specchio del resto. Non esiste una società di calcio che può andare male o bene in un solo aspetto. Davis e Pagniello – che vanno citati sempre in coppia – hanno il credito di aver puntato sul Messina quando la bara era già stata interrata, ma non si vive di riconoscenza infinita. Per due motivi: il primo è che la vita sarebbe troppo comoda, il secondo – che è valso per chi li ha preceduti – non li ha costretti nessuno. È stata una loro scelta, imprenditoriale e sportiva. Quindi “grazie” si dice una volta, per educazione. Poi si valuta quello che viene fatto. Sì, c’era da ripartire da sotto zero – non solo come punti – ma questo non significa che si possa vivere di solo marketing. La comunicazione del Messina è stata brillante, messaggi da copywriter con eccesso di AI che scaldano i cuori e fanno percepire che l’aria sia cambiata. E lo è, anche perché non era difficile dato che prima vigeva il disprezzo duro e puro. Sono strategie che servono e funzionano, ma hanno il fiato corto perché il calcio ha quel piccolo dettaglio chiamato “risultati”. Ecco, appena mancano quelli non basta la storia IG in cui si chiede “scusa”; ma poi scusa di che? Si chiede scusa se si commettono degli atti colpevoli; se si perde una partita è nelle cose, non è un misfatto volontario. Ma questa retorica piace a un certo pubblico, quello che vuol sentire che “onoreranno la maglia e ce la metteranno tutta”, e ci mancherebbe pure. Ma, come detto, sta roba dura fin quando la classifica fa almeno sorridere. Tornando al nostro inizio, infatti, il calcio è umorale quindi facilmente si deprime dopo essersi strafatto di dopamina. La luna di miele è terminata, perché poi si scende nel pragmatico e si vuole raggiungere la salvezza in fretta per poi cominciare a programmare il futuro. Perché, sia chiaro, il 26/27 dovrà fare rima con ritorno tra i professionisti. Non come opzione. Ma è una volontà condivisa. Per pensare a questo, però, serve comprendere che l’emergenza non è terminata. Che la squadra composta da Martello fosse coraggiosa ma da sistemare e che non sia stato realmente fatto. Come spiegato, infatti, ricostruire l’attacco non basta se la mediana anela fosforo e muscoli e la difesa vive di Trasciani e cattiveria agonistica. E quando manca… Per cui, c’è da mettere mano al mercato e rifinire questi dettagli. Non che la rosa attuale non possa bastare, tutt’altro ma una mano a Parisi sarebbe gradita. Allenatore a interim, traghettatore, cavallo su cui puntare? Non si sa, perché Feola è stato sedotto e abbandonato senza che sia stata fatta luce sulla strategia. Una partita non fa l’allenatore, ma sarebbe carino comprendere se Alessandro Parisi sia un progetto sportivo su cui Davis e Pagniello puntano o se, come calcio impone, valga quanto l’ultima partita giocata.

Giardino 6
Un buon intervento su Gigante, poi non più di ordinaria amministrazione nonostante qualche uscita un po’ avventata su qualche corner. Fa il massimo sul tiro di Heatley, ma non ci arriva.

Clemente 5
Non una grande prova per attenzione e applicazione. Spesso portato fuori posizione, si becca anche un giallo che avrebbe potuto evitare. (dal 18′ s.t. De Caro 5: non entra bene in partita, subito spigoloso, subito irruente, subito ammonito)

Trasciani 6
Deve mettere pezze un po’ ovunque visto che i compagni di reparto lo costringono a uscite fuori zona. Giallo in arrivo presto, ma gestito bene. Nel finale gli manca quel pizzico di lucidità per sacrificarsi e preferire un rosso a lasciare calciare Heatley, ma le sue responsabilità sono minime.

Bosia 5,5
La sua presenza si fa sempre sentire, ma anche lui non brilla per attenzione. Quando la squadra alza la linea lui va in difficoltà, infatti ammonito e sostituito. (dal 18′ s.t. Orlando 5,5: non una prestazione migliore rispetto quelle dei compagni)

Bonofiglio 5
Esordio che mostra tutta la sua acerbità. Gestisce male i palloni, anche dal punto di vista tattico deve crescere parecchio. (dal 26′ s.t. Bombaci 5: male come tanti altri)

Garufi 5,5
L’impegno c’è sempre, ma oggi non basta più. Questa squadra ha bisogno di maggior visione e qualità in costruzione.

Matese 6
Deve ancora prendere le misure e calarsi nella parte, serve la sua tecnica per migliorare la distribuzione. Lavoro oscuro, fa cacciare Tuccio e prova a giocare pulito. Sufficiente, ma comunque poco. (dal 26′ s.t. Saverino 5: non entra mai in partita)

Pedicone 5
Non spinge mai, non difende nemmeno con molta attenzione. (dal 26′ s.t. Kaprof 5: presto per essere giudicato, l’esordio è negativo)

Zerbo 5,5
Qualche giocata discreta, ma attendersi di più è obbligatorio. Esce pian piano dalla sfida.

Tedesco 5,5
Abbandonato per un tempo. Il suo destino non poteva essere diverso dal farsi sovrastare dai centrali avversari. Nella ripresa la squadra lo aiuta di più, ma lui spreca una palla importante anche se, nell’occasione, Colace andava espulso per mani fuori area.

Oliviero 4,5
Il pallone che perde nel finale è il manifesto dell’intera squadra. Svagata e superficiale. Prima, però, non gioca la partita che ci si poteva attendere.

GELA Colace 6; Argentati 6, Giuliano 6,5, Sbuttoni 6,5, La Rosa 6; Giacomarro 6, Teijo 5,5; Gigante 6 (dal 9′ s.t. Baldeh 6,5), Maltese 5,5 (dal 33′ s.t. Cangemi s.v.), Tuccio 4,5; Aperi 5,5 (dal 23′ s.t. Heatley 7). All. Nassi (Misiti squalificato) 6,5

*foto copertina: ACR Messina – Facebook ufficiale | ph. Francesco Saya

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