Messina, principio di azione e reazione

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Pubblicato il 8 Gennaio 2020 in Primo Piano

Inaspettata solo per gli illusi. La sconfitta contro il Troina segue la linea tracciata da un Messina incapace di mostrare una forza diversa da quella di squadra mediocre. La reazione dei giallorossi non c’è mai stata: nonostante le recriminazioni arbitrali, la sensazione resta quella di un gruppo fragile.

NESSUN PROGETTO TECNICO – Il calcio è materia popolare ma non così facile. Chi vuol semplificarla lo fa per superficialità, allo stesso modo di chi vuol fare alchimia sperimentale esagerando il livello di astrusità. Per far funzionare gli ingredienti, comunque, diventa necessario scrivere una ricetta fatta di equilibri che tendano verso un obiettivo tecnico preciso. Questo Messina – come denunciato già in estate – non ha mai goduto di una progettualità mirata a un preciso percorso. I disastri firmati Obbedio sono arcinoti: tra presunzione e visione limitata, l’ex dirigente della Lucchese ha clamorosamente bucato la sua chance in riva allo Stretto. Non nelle scelte singole, ma nella composizione generale. Entrando nel dettaglio, infatti, ogni singolo calciatore scelto ha le caratteristiche e la forza per non essere considerato un errore. Il calcio, però, non è il tennis e la vera difficoltà risiede nella capacità di trasformare elementi singoli in un gruppo uniforme. Fallimento conclamato quello di Obbedio, con l’aggravante di aver seguito una sua personale e precisa visione tattica (ma non tecnica), motivata anche dalla scelta di un allenatore come Cazzarò.

IL RECENTE PASSATO – Perché ricordare il recente passato? Perché il peccato originale influenzerà questa stagione fino all’ultimo istante. Due stagioni fa (lo scorso anno preferiamo lasciarlo nel dimenticatoio) la rosa messa a disposizione di Antonio Venuto fu corretta in corsa – ma immediatamente – da Fabrizio Ferrigno con gli arrivi di Ragosta, Bruno, Maiorano e Rosafio. L’ex tecnico del Due Torri durò poco, sostituito da Giacomo Modica che iniziò a lavorare sul materiale umano a disposizione. Tra dicembre e gennaio, infatti, arrivò il solo Yeboah come vero colpo. Il suo apporto, tra l’altro, durò pochissimo. La vera impresa firmata Modica fu quella di invertire totalmente la rotta dei vari Manetta, Lia, Cozzolino, Bossa, scoprire Meo ed esaltare il talento di Mascari. Il vero mercato fu quella di tagliare calciatori non utili al progetto, il riscatto arrivò grazie a un lavoro insistente del tecnico su un materiale, comunque, plasmabile. Il buco nero nel quale Obbedio ha gettato il Messina è fatto di calciatori impossibili da incastrare tra loro, il pasticcio seguente è figlio di una mai dimenticata intervista post Acr Messina-Football Club Messina.

QUOTA 100 – Nel patto non scritto in cui la famiglia Sciotto non deve essere criticata (ma qui avete sbagliato indirizzo) perché ha delegato, si dimentica troppo facilmente del loquace Paolo Sciotto dopo lo 0-3 rifilato da Carbonaro e soci alla squadra in quel momento di Rando. “Quota 100”, “rimodulazione”, “chi ha costruito la squadra ci ha distrutto economicamente e tecnicamente”; queste le dichiarazioni che condizionano quanto successo da quel momento in poi. Nonostante un Karel Zeman volenteroso nel poter lavorare sui calciatori in rosa, infatti, la lista degli epurati è stata devastante. Unico salvo Gianluca Sampietro (tra l’altro tra i peggiori per rendimento), per il resto tagliati i contratti di calciatori costosissimi e dalle prestazioni insufficienti. Ragionevole – anche se Pasquale Leonardo aveva messo distanza tra il Messina e la rivoluzione -, ma nel calciomercato il problema resta uno: non importa chi va via, ma con chi lo sostituisci.

CINGHIA TIRATA – Nascondersi dietro l’ipocrisia non è abitudine interessante, nell’analizzare questo scorcio di mercato occorre una spietatezza di giudizio netta. Evidente, infatti, che le condizioni economiche imposte dalla famiglia Sciotto siano precise e mirate al risparmio. Non errato, perché dopo aver buttato tanto è lecito provare a spendere in maniera intelligente per arrivare a un obiettivo difficile ma non impossibile come il quinto posto. Lecito ma rischioso, perché prima di pensare alla spending review occorre pesare il valore di chi compone la rosa. Cinquegrana, Vuolo, Danza, Rossetti, Manfrè e Famà sono calciatori di completamento (Rossetti a parte) e non certamente quelli necessari per prendere il ruolo lasciato dai calciatori partiti. Al netto dell’insufficienza di chi ha lasciato Messina, è evidente come i giallorossi abbiano certamente risparmiato ma anche peggiorato dal punto di vista tecnico. L’errore da non compiere, adesso, è quello di puntare il dito unicamente verso la dirigenza. Sicuramente Pasquale Leonardo avrà la sua visione calcistica, certamente acquista per quanto può spendere. Charlie Famà – suo malgrado – diventa manifesto di una situazione limite: un calciatore non più esordiente, fenomeno in Promozione su cui viene fatta una scommessa. Criticare il calciatore sarebbe scorretto: ovviamente il treno passato andava colto al volo da Famà, e il suo impegno è indiscutibile. Allo stesso modo diventa faticoso non comprendere che se è arrivato Famà, probabilmente, ci si poteva permettere solo un profilo dall’impatto economico minore.

LE DUE VELOCITÀ – Lo avevamo accennato nell’analizzare il rinnovo della concessione dello stadio San Filippo: il vero pericolo resta quello di una dirigenza che viaggi a una velocità diversa rispetto alla proprietà. Il prolungamento della concessione al maggio 2021 è mossa intelligente e programmatica, oltre che politica e strategica. Allo stesso tempo mette pressione mediatica e non solo: nell’atto, infatti, è citato il termine “ripescaggio”. Il tifoso – quello sano e non quello da cloaca social – pesa con equilibrio e comprende che passaggi del genere vadano anticipati prima dal punto di vista burocratico. Diverso, invece, pensare che la mossa istituzionale faccia rima con immediata elargizione di denaro da sbattere sul mercato per agganciare i primi cinque posti. Questo non è successo, non c’è consequenzialità tra il lavoro della direzione generale e la capacità di spesa fornita al settore tecnico. Il mercato – ovvietà da scrivere per gli ossessionati – non è terminato e resta scontato attendersi nuove mosse. Pensare, però, che un singolo colpo modifichi radicalmente l’insuccesso prodotto dal campo rientra nell’illusione di inizio articolo. In più – cosa da non sottovalutare – resta inspiegabile perché insistere nella strategia del last minute quando questa squadra necessitava di interventi urgenti già a inizio dicembre. Torna attuale, quindi, il ragionamento sull’impatto che l’allenatore deve fornire alla squadra: una volta terminato il mercato (e siamo d’accordo con Zeman quando dice che se ne parla troppo) toccherà a tecnico e squadra modificare l’inerzia di mediocrità alla quale sembrano essersi abituati tutti.

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