Messina, trascrizione fonetica di tracollo

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Pubblicato il 6 Febbraio 2020 in Primo Piano

Una classifica che non dice nulla. Silenzio peggiore di quello di una società che, da tre anni, non ha davvero nulla da dire. Il Messina degli Sciotto peggiora ogni anno se stesso, aumentando l’amarezza e il pentimento di una platea rimasta nell’onirica speranza.

ALLA DERIVA – Il calcio resta sport spietatamente ironico. Una di quelle pagine della vita imparabili, un nonsense infinito e impronosticabile. Il Marsala sembra, sempre più, vestire i panni del prossimo carnefice soprattutto dopo una settimana di assoluta schizofrenia gestionale. Ma l’ironia insaziabile del mondo pallonaro è pronta a far tornare i giallorossi col bottino pieno. Perché? Perché il calcio è così. A volte più forte della logica, e se quest’ultima trionferà servirà solo a far comprendere meglio l’illusione. Vincere – a questo punto – non cambierebbe, o cancellerebbe, in alcun modo il saporaccio rimasto dopo il triplice fischio che notificava la sconfitta interna contro il Marina di Ragusa. Un’amara realtà indigeribile e non dimenticabile grazie a effimeri successi. Un continuo navigare senza rotta: allenamenti sospesi al martedì, come se il gruppo dovesse pagare il pegno di riflettere nel silenzio della propria solitudine. Gli Sciotto – ancora una volta – comprendono a fatica che gli unici a farsi del male sono loro stessi. Calciatori e allenatori passano e passeranno, e non sarà una stagione negativa a segnare le carriere di ragazzi che il prossimo anno correranno con altri colori e in altri lidi. Il fallimento sportivo – il terzo – resta fedele compagno di viaggio di una proprietà incapace di costruire il minimo sindacale per dare solidità e prospettiva a una società, oggi, scatola vuota e vista con disarmante malinconia dai suoi stessi tifosi. Il logorio si manifesta nel girovagare alla ricerca di un campo dopo la rottura definitiva col Camaro, col Despar Stadium che chiude i battenti dopo essere stato rifugio accogliente per un gruppo messo alla berlina presto e malamente – in primis – dalla stessa proprietà.

LA ROTTURA – La paura più grande – per tutte le squadre ambiziose – resta quella del purgatorio da classifica. Quando la distanza tra l’alto e il basso è la stessa si vive un attimo di infinito terrore, quello che suggerisce di aver sbagliato immensamente tutto. Il Messina resta nel mezzo di una graduatoria anonima, con la consapevolezza di vivere un sistema dinamico domenicale che muterà una condizione che, almeno adesso, distrugge i sogni di gloria ma non offende la dignità facendo rischiare la zona più rossa. L’aspetto psicologico è diventato troppe volte predominante, ma giocare sempre a fare gli analisti della mente diventa stucchevole, ripetitivo e gustoso quasi quanto la solita triste piadina in pausa pranzo. Il troppo stanca insomma, anche quando c’è da frammentare i momenti di un cammino senza meta. La storiella dell’ambiente che non aiuta è vecchia come il mondo, una giustificazione utile solo quando non si vuol prendere il coraggio a due mani ammettendo di aver operato in maniera fallace. I veri traditi, oggi, sono i tifosi che avevano riposto nell’Acr Messina tutto l’amore verso il calcio martoriato in salsa giallorossa, anche spinti dall’emotività di una situazione senza precedenti che, adesso, incide notevolmente sulla pazienza. Il campo non ha mai regalato emozioni reali, solo spettacoli al limite del decoroso accettati in cambio di qualche punto di speranza in classifica. Venute a mancare le vittorie, sono tornati a galla tutti i dissidi tra una piazza mai convinta e una proprietà che sembra stare al calcio come Elettra Lamborghini a Sanremo. E una botta di mainstream patetico la regaliamo anche noi.

IL CALCIO – Sparare sempre e comunque sulla società, però diventa noioso esercizio quasi più simile a una rappresaglia che altro. Il campo, infatti, non è da meno come non lo sono dirigenti e allenatori. Cazzarò e Obbedio sono stati archiviati come i grandi mali, con loro una parte di gruppo che con altre maglie ha reagito in maniera netta. Non capire, ancora oggi, quanto sia stato vitale l’interregno di Pasquale Rando significa non avere aderenza al reale. Una piccola scossa di autostima e risultati, nonostante prestazioni altalenanti. Le stesse che, adesso, si evidenziano nella gestione di un Karel Zeman ancora distante dal mostrare una squadra simile alla sua idea di calcio. Pratica impossibile, visto il materiale, per un allenatore che va preso per quello che è. Una tipologia di calcio conosciuta e chiara, tanto che interpretarla in corsa è forse la cosa più complicata. Ancora di più se si lavora con un gruppo col foglio di via, prima, e con uno senza minuti nelle gambe, dopo. Antonio Crucitti è stato l’ombretto che non ha truccato una squadra mai piacente, nonostante i suoi 10 gol con due rigori sbagliati parlino di un calciatore oltre la media. Le disquisizioni tattiche sul capitano diventano esercizio pretestuoso: il calcio zemaniano è fatto di concetti precisi che – per volontà del tecnico – vanno applicati sul 4-3-3 per trovare la loro forma massima. Non una scoperta di oggi, chiedergli di cambiare il sistema è, quindi, inutile. Come pensare che il rendimento di Crucitti possa diventare quello di Leo Messi se spostato quindici metri più interno. Anche da queste pagine sono arrivate critiche sulla presunzione di difendere alti, soluzione che palesa l’incapacità della linea difensiva di gestire lo spazio alle spalle. Lo facciamo – e lo faremo – perché nessuno costringe Zeman a non modificare le carte in tavola, è una libera scelta personale – che gli fa meritare rispetto totale – e per questo verrà giudicato nel bene e nel male. Restiamo consapevoli, comunque, come Zeman sia questo: prendere o lasciare.

*foto tratta dalla pagina Facebook ufficiale dell’Acr Messina

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