Catania, il Rigoli interrotto

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Pubblicato il 8 ottobre 2016 in Tattica

Sarà la penalizzazione pesante in classifica, forse ancora di più la grande rivoluzione estiva dettata dal ritorno all’ombra dell’Etna di Pietro Lo Monaco, ma il Catania visto nelle prime sette uscite stagionali è la più grande delusione di questo inizio di campionato. Il solo punticino in classifica manca dei sette sottratti da svariati tribunali, comunque troppo poco se paragonati ai cammini di Foggia, Lecce e Matera. La squadra di Pino Rigoli vanta nomi e tradizione, tutte cose che però non possono fare la cosa più importante: scendere in campo. La raccolta delle figurine rende l’album bello da vedere ma non vincente, perché quanto fatto vedere dagli etnei è ancora troppo poco. Una sola vittoria, quella all’esordio contro la Juve Stabia al Massimino; dopo solo una sfilza di avvilenti pareggi intervallati dalla sconfitta interna per mano dell’Akragas di Lello Di Napoli. Nelle sette uscite Pino Rigoli ha provato a giocare tutte le carte del suo mazzo, con una base intoccabile come il modulo 4-3-3. Verissimo che la posizione dei due esterni d’attacco possa far aprire un dibattito, ma cascare nel trappolone di interpretare le due punte laterali come due trequartisti alle spalle della punta sarebbe peccato mortale. La bellezza, quando riesce, del sistema di Rigoli è proprio l’incertezza geografica dei suoi uomini. La scacchiera non ha punti fissi, dal centrocampo all’attacco il filo comune è il movimento. Purtroppo per il tecnico dei rossazzurri, quanto pensato non si è ancora espresso sul terreno di gioco. Il suo Catania è lungo, lento, sfilacciato e prevedibile; ma sopratutto: non tira mai in porta. Ora, potremmo aprire un grosso dibattito su cosa significhi “tirare in porta”, ma non essendo questo un pubblico dibattito rimaniamo fermi sulla nostra posizione. Il Catania non tira, perché fatica terribilmente a creare calcio offensivo. Probabilmente un tecnico come Rigoli, che sulla fase d’attacco ci ha basato la carriera, non prenderà sonno da settimane nel cercare di trovare le alchimie giuste per mutare uno status quo imbarazzante. La rosa costruita da Lo Monaco e Argurio è la classica accozzaglia di nomi pesanti, ma difficilissimi da rendere squadra. Sopratutto in attacco la presenza di calciatori come Paolucci o Calil farebbe pensare a bocche da fuoco infinite, la realtà parla di due calciatori appesantiti da diverse crisi calcistiche. Il resto dei reparti fatica ad amalgamarsi, quello che manca è la certezza di una linea da seguire. All’inizio dell’anno mister Rigoli aveva affidato la regia all’argentino Scoppa, il centrocampista sudamericano aveva illuso con un paio di sventagliate nelle prime uscite, seguite però da un nulla cosmico. Il punto fermo è Marco Biagianti (al quale dedicheremo un blocco), lui nonostante l’età rimane il calciatore più importante della squadra siciliana. In difesa meno nomi e più sostanza: in porta Pisseri è una sicurezza e per la categoria rimane un lusso. Bastrini, Bergamelli ma anche i giovani Nava e Parisi sono un blocco di buonissimo livello. C’è da scacciare qualche fantasma della stagione precedente, dove qualsiasi qualità fu avvizzita dalle sciagurate guide tecniche di Pancaro e Moriero. La cura per questo Catania sembra solo una: affidarsi al proprio tecnico. Lo Monaco non è Zamparini, ma la sua pazienza avrà il limite che i risultati sul campo imporrà. Pino Rigoli rimane l’arma giusta per questo Catania in crisi infinita.

LEADER VERO – Come annunciato il primo blocco è dedicato a Marco Biagianti. Il suo ritorno a Catania ha portato un bagaglio di esperienza, misto ad una buona tecnica e un’ottima visione calcistica. Il numero 27 degli etnei è l’ago della bilancia del gioco di Rigoli, quando funziona lui allora funziona anche il Catania. Il lavoro richiesto è duro: un pendolo infinito tra le due fasi, quasi a dover cucire e scucire una squadra troppo spesso spaesata. Nel nostro frame siamo nella sfida contro l’Akragas, come sempre queste immagini sono esempi per un discorso allargato. Entriamo nel dettaglio: Zanini avanza palla al piede, sulla sinistra c’è lo scarico su Cocuzza. Arrestiamo l’immagine: in blu abbiamo evidenziato proprio Biagianti, il centrocampista rincorre l’avversario fino al momento del passaggio, dopo regala una lezione di pura tattica. Il centrale esce su Zanini, il terzino è pronto a coprire su Cocuzza; tutto secondo il manuale del calcio però ci vuole la giocata tattica d’esperienza. Biagianti molla la compagnia e scala profondo verso il cuore dell’area; resosi conto che le marcature sono prese è inutile raddoppiare in affanno. Copertura preventiva eseguita alla perfezione, esempio di uomo in più in aiuto. Infine: potreste pensare che il movimento è ovvio per chi gioca davanti alla difesa. Biagianti, però, gioca da intermedio destro. Si scavalca la tattica, questa è puro istinto calcistico.

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LUNGHISSIMI – Marco Biagianti, però, non gioca da solo. Con lui ce ne sono almeno un’altra decina, due dei quali lo completano nel formare il reparto di centrocampo. Ultima uscita stagionale a Taranto: in Puglia il Catania gioca una brutta gara in generale. Di Grazia è il più vivo ma spreca molto, e neanche questa volta la fortuna bussa alla porta etnea. Ci concentriamo, però, sul reparto di centrocampo. Due azioni diverse: uno nel primo tempo e l’altra nel secondo, in entrambi i casi troveremo un Catania mal posizionato. Bocciato Scoppa, assente anche Fornito per infortunio; Rigoli sceglie Bucolo davanti alla difesa con Di Cecco e Biagianti ai suoi fianchi. Entriamo nell’azione: in blu evidenziamo Bobb (regista del Taranto), in rosso segniamo la mediana etnea. Vediamo come il trio sia schierato in maniera esatta, Bucolo rimane basso mentre i due intermedi stringono verso il centro; si va a formare un triangolo che dovrebbe funzionare da filtro. Il tutto fallisce, perché? Colpa di Paolucci. Il numero 9 è a distanza siderale dal resto dei compagni, sull’uscita palla del Taranto il Catania si allunga a dismisura per colpa del suo centravanti. Possiamo notare come anche i due esterni alti siano scesi in modo corretto, il problema è Paolucci. Il suo avversario può avanzare e ragionare, quando entra nel raggio d’azione del centrocampo è ormai troppo tardi. La mediana è in ritardo, ma è impossibile non esserlo vista la totale assenza di pressing alto.

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Bocciato Paolucci, adesso buttiamo la croce pure sul resto della squadra. Secondo tempo, è sempre il centrocampo a subire ma stavolta a sbagliare è il trio mediano: Taranto in possesso, pronto lo scarico da sinistra verso il centro ancora su Bobb (Paolucci non copre ancora). Il 28 pugliese (rettangolo giallo) può ricevere sereno, freccia rossa per segnare il tantissimo spazio attaccabile. Occhio all’evidenza blu: nei rettangoli Di Cecco e Biagianti, basso c’è Bucolo. Questa volta i tre sono troppi aperti e distanti, sbaglia Bucolo ad abbassarsi troppo (linea bianca per segnare la vicinanza col centrale di difesa). Sullo scarico Bobb riceve e avanza per calciare, in realtà può decidere di fare quello che preferisce dato lo spazio regalato dal centrocampo catanese. Chiusura sul calciatore cerchiato di arancione, Bollino. Il numero 10 tarantino è completamente solo, non preso da nessuno e neanche guardato a vista. Non riceverà il pallone, ma rimane un pericolo incredibile.

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TROPPO POCHI – Chiudiamo il nostro focus tattico con la fase offensiva: siamo alla sfida contro l’Akragas, il risultato è ancora di parità ed il Catania sta forzando per passare in vantaggio. Sta forzano oppure no? Forse sì, il problema è come lo fa. In blu c’è Fornito in possesso palla, da intermedio sinistro ha attaccato la profondità per cercare il centro. Lui fa tutto bene, gli altri no. In rosso abbiamo isolato Di Grazia e Calil che, sulla carta, sarebbe le due punte a supporto del centravanti. I due sono totalmente profughi dal punto di vista tattico, se Di Grazia attacca almeno l’area; Calil sembra non partecipare all’azione. In area ci sono solo due uomini, un numero troppo esiguo per mettere in difficoltà qualsiasi difesa. In questa maniera il Catania non può, mai, rendersi pericoloso. La squadra di Rigoli non sembra una squadra di Rigoli: mai corta ed elastica, sempre anarchica e poco intensa nelle due fasi. In attacco c’è pochissima partecipazione, il centrocampo è troppo piatto nell’attacco delle seconde palle. L’elenco potrebbe essere infinito, ma non servirebbe a nulla ci pensa la classifica a chiarire la situazione. Il processo di costruzione di Rigoli sembra essersi interrotto, vedremo se definitivamente.

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