Licata-Messina, il crepuscolo dell’aristocrazia

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Pubblicato il 28 Ottobre 2019 in Primo Piano

Nella mente di ogni tifoso tutte le partite andrebbero vinte. L’avversario è inferiore per presa di posizione; a volte anche per storia, blasone, supponenza o mancanza di aderenza alla realtà. Il Messina bazzica, in maniera anonima, nel mondo dei dilettanti e – stordito dal passato – crede di dover vincere per il solo motivo di esserci.

UN BUON PARI – Rimproverare al tifoso di essere ambizioso o orgoglioso sarebbe errore marchiano. Impossibile cancellare il bisogno di chi segue il calcio di crederci sempre; di contro vestiamo i panni di chi deve analizzare e cercare di comprendere, provando ad andare oltre la coltre dell’apparenza o del buon nome. Il Messina – quello figlio di Obbedio, Cazzarò, Rando e Sciotto – impatta a Licata e, in fin dei conti, non mastica così amaro. La nobiltà nel calcio non esiste, non avremmo l’Atalanta a ballare tra Champions League e -3 dallo Scudetto e il Milan a +3 dalla Serie B. Nel calcio – e anche nella vita – le medaglie del passato non contano nulla. Al Liotta il Messina gioca una partita da squadra conscia dei propri limiti e delle proprie virtù, trova un punto importante visto l’avversario e impara che quando non si può vincere non è obbligatorio perdere. Di fronte si trova una squadra corposa e di sostanza, capace di pescare elementi noti al messinese, e di individuare profili che nel Girone I avevano già fatto vedere ottime cose come Ceesay e Adeyemo nelle scorse stagioni a Troina. Il Messina non gioca una cattiva partita e trova anche il tempo – non per la prima volta in stagione – di protestare per un gol forse in fuorigioco e per un rigore, oseremmo dire netto, su Saverino. Lamentarsi dell’arbitro, però, non è esercizio soddisfacente: campionato di Serie D fa rima con fischietti di Serie D; e se sbagliano in Serie A nonostante la Var…

LA PRESA DI COSCIENZA – Prendere piena consapevolezza di cosa si è realmente rappresenta – per le persone dotate di senno – il primo passo verso il miglioramento. Il Messina ha fissato un obiettivo difficile a inizio stagione, per conquistarlo ha poi sprecato energie e denaro affidando il tutto a un direttore sportivo limitato nella visione generale da una personale convinzione inattaccabile dai fatti del quotidiano. Con buona pace di Antonio Obbedio il suo fallimento tecnico è sotto gli occhi di tutti, adesso il Messina deve ritrovare aderenza col reale e pesare ogni passo con la giusta intelligenza. Il pari di Licata, perciò, torna buono se intrecciato a un momento di palese difficoltà. Chiamarsi Messina non basta, pensare che il Licata debba essere vittima sacrificale della nobile squadra della città dello Stretto è fantasia per retorici o, peggio, illusi dalla vita e dal mondo. Nel calcio conta fare le cose meglio degli altri, il Messina – al momento – le ha fatte peggio di troppe squadre. Col paravento Palermo a non reggere più, soprattutto quando non si è mai stati realmente in competizione.

L’ARTIGIANO DEL CALCIO – In questo ballo dei dilettanti c’è poi Pasquale Rando: l’uomo più lucido del momento. Pochissime parole, sorrisi bonari e un lavoro sul campo incessante. Rando ama il campo, il calcio e l’espressione estetica del gioco. Lavora da artigiano sulle questione tecniche e tattiche, gli interessa poco della nobiltà e prova a limitare l’aspetto emotivo di allenare la squadra per cui ha sempre tifato. Il suo ruolo è complicato: la pressione di essere uno dei colpevoli silenziosi della mala gestione Obbedio esiste, come forse il senso di colpa per non aver inciso prima o più nettamente. Adesso la barca galleggia, e quando imbarca acqua torna la calma col suo sorriso bonario a non infuocare un ambiente già deluso. Rando ha fatto scelte, forse sottovalutate: dal modulo ai titolari fino agli zero minuti concessi a Coralli nelle ultime uscite. A Licata il tecnico giallorosso mette sotto esame Antonello Giordano che lo ripaga con una prova concreta; col trasloco di Bruno in fascia si trova una cattiveria agonistica aumentata vista anche la possibilità di giocarsi carte under in altri ruoli, o meglio con protagonisti che hanno convinto facendo dimenticare la freschezza della loro carta di identità.

LA CLASSIFICA – Filosofia a parte c’è, amaramente, da analizzare la classifica: il Messina sta rincorrendo e i motivi sono ben noti. L’obiettivo secondo posto, adesso, diventa buono per calmare quella parte di piazza che ricerca l’illusione di poter dire: “Alla fine se non c’era il Palermo…”; una bugia bianca, perché la differenza tra arrivare secondi lottando e potendo, quindi, recriminare e farlo arrivando di rincorsa resta netta. Davanti al Messina ci sono squadre che – al momento – stanno costruendo la salvezza più che l’attacco alla zona playoff. Chiudere il gap immediatamente darebbe vita a un tipo di campionato, farlo tra qualche mese racconterebbe una realtà nebbiosa e offuscante. Anche perché non dobbiamo essere noi a far comprendere come ci saranno squadre che, per poco interesse, preferiranno arrivare seste o settime che quarte o quinte evitando, così, le spese di una inutile trasferta extra-campionato. Domenica arriva la sfida contro il Football Club Messina: il derby, la stracittadina, una partita come le altre, la decima giornata e chi più ne ha più ne metta. Arriva una partita che, però, rappresenta l’inizio di una seconda parte di calendario meno morbida rispetto alle prime nove giornate.

*foto tratta dalla pagina Facebook ufficiale dell’Acr Messina

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