Igea Virtus-Messina, la fiera delle vanità

Igea Virtus-Messina, la fiera delle vanità

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Pubblicato il 26 marzo 2018 in Primo Piano

“Caro Armando, ma che fai?”… domanda che non può avere risposta logica o appagante. Prisco espulso per aver fatto pipì in campo, una notizia che rimbalza sui media nazionali e strappa sorrisi che si trasformano in vergogna dalle parti di casa Messina. Episodio da archiviare e dimenticare, perché in tutta onestà c’è ben poco da ridere. Non stiamo scadendo in pesante retorica: mettiamo da parte il blasone della squadra per cui Prisco è chiamato a giocare, dimentichiamo che un ragazzo poco più che ventenne può trattenere un bisogno fisiologico e che al termine della sfida mancassero una manciata di minuti. Tralasciamo tutto questo, ci rimane da pensare soltanto: “Ma che fai?”. Andare di corpo in un luogo pubblico, in un match delicato e sentito, farsi cacciare per una sciocchezza del genere. La Serie D è l’anticamera del professionismo, per Prisco ci sarà bisogno degli esami di riparazione. La sua squalifica, un paio di turni o forse tre se il Giudice Sportivo vorrà calcare la mano, unita all’infortunio muscolare di Meo spalanca il finale di stagione a Fabio Rinaldi. La gara di Barcellona non ha regalato solo pagine ridicole di calcio, ci sono aspetti di livello tecnico e temperamentale da non sottovalutare. Dalle parti del Longano si è perso fiato a commentare la stagione del Messina, se a farlo siamo noi analisti e critici rimane nella giusta interpretazione dei ruoli, quando diventa il gioco pruriginoso di aspiranti dirigenti sportivi il rischio di scadere nell’ineleganza è alto. Campionato positivo quello dell’Igea Virtus, in scia con quello della scorsa stagione quando però si gettò alle ortiche un grande vantaggio in classifica. La mancanza di ambizioni reali, infine, derubricò tutto a grande annata senza la ciliegina sulla torta. Finirà così anche questa: mister Raffaele mostra preparazione tecnica, meno dialettica date le provocazioni che lo accompagnano spesso. “Squadra giovane e costruita con quattro soldi”, verità valida per un paio di mesi e giustificazione pessima quando al termine del campionato mancano poche settimane. Sul lungo periodo l’Igea si era consolidata come forza credibile, le ultime prestazioni e risultati palesano limiti generali e non scusabili da una presunta gioventù.

ATTRIBUTI – Tre settimane senza calcio giocato, un terreno di gioco distrutto dalla pioggia e assenza in serie. Se ad inizio ripresa ti salta il portiere 2000 e sei costretto a tirare fuori anche una punta, ecco che l’ultimo mese di Modica non è certo quello più fortunato della carriera, vedi vicenda Yeboah. I giallorossi reggono agli assalti, nell’analisi post gara possono recriminare forte per l’imprecisione di Rosafio e il palo di Ragosta. La spinta dell’Igea era ampiamente prevista, quasi scontata data classifica e fattore campo. Modica rivendica una distanza di punti bugiarda, le parole le porta via il vento dirà qualcuno ma per il tecnico messinese parlano forte le prestazioni nelle due sfide e quella sensazione chiara che il “metodo Modica” applicato dall’estate avrebbe lanciato il Messina ben oltre la zona playoff. Strani momenti per l’allenatore mazarese: l’apprezzamento della critica è omogeneo, quello della tifoseria concreto. Qualche voce fuori dal coro c’è, quasi stonata e forse imbeccata da chi prova a parare il colpo di una possibile rottura, sui programmi, tra tecnico e società. Il buon lavoro di Modica è palese, confermato dall’atteggiamento spavaldo tenuto nel post espulsione di Prisco. In porta c’era Bruno, un difensore centrale che aveva lasciato la guida della linea a Manetta e al giovanissimo Bucca. Nessuna modifica sull’interpretazione: difesa alta e Bruno a fare il portiere volante. Fuori Mascari e non Rosafio perché anche in dieci il colpaccio si deve tentare. Questa è identità, con buona pace di chi giudica una conduzione tecnica solo dai risultati senza scendere nel dettaglio del lavoro fatto dal punto di vista psicologico e caratteriale. Squadra vera questo Messina, nessuna paura di essere smentiti dai portatori sani di classifica. Le stagioni vincenti non si costruiscono in corsa, non si assestano sul ritmo della tolleranza a tempo. Chi sta davanti al Messina ha pianificato, il campionato è stato onesto dando un quadro reale già dalle prime giornate.

DOMANI – Saranno settimane in cui leggerete sempre le stesse cose. Di campo si parlerà solo di fronte a giocate strabilianti, il vero interesse è su progettazione e futuro. Le parole di Modica sono state chiare, portavoce di un sentimento condiviso col resto dell’area tecnica. Da parte sua Sciotto paga un inizio stagione azzoppato da scelte gestionali non funzionali, la correzione in corsa non deve necessariamente diventare conferma ma non imparare dall’esperienza sarebbe peccato mortale. Da parte di Modica non arrivano richieste assurde, solo basi che diano una parvenza di serietà progettuale a questo Messina. La presenza di un direttore generale riconosciuto da squadra e piazza diventa necessario, ci sono rapporti istituzionali da portare avanti, anzi da costruire data la nuova amministrazione in arrivo dal prossimo giugno. Le basi? Composizione dell’organigramma, preparazione del documento per la gestione pluriennale degli stadi (Celeste come casa Messina e San Filippo come campo da gioco), documentazione solida per la domanda di ripescaggio. Questi i passaggi che possono inchiodare la parte politica della città, pezze d’appoggio inattaccabili che metterebbero gli amministratori di fronte ad un blocco inamovibile di serietà progettuale. Allo stesso tempo convincerebbero anche Modica e l’intera area tecnica sulla bontà delle intenzioni future. Non perché i soggetti siano viziati protagonisti del mondo del calcio, solo perché sono questi i passaggi minimi e naturali richiesti dal mondo professionistico. L’errore grossissimo sarebbe quello di contrapporre le due sponde come armate e in guerra: nessuna parte del torto e nessuna della ragione. I passi che la proprietà dovrà compiere non dovrebbero dipendere da Modica o non Modica, rimangono necessità fisiologiche di una qualsiasi società ambiziosa.

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