Messina, non sparate sul pianista

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Pubblicato il 10 Settembre 2019 in Primo Piano

Il calcio è così. Un mondo di emozioni che spesso prevaricano la razionalità, quando a vincere è la parte emotiva il pallone mostra la faccia peggiore, lo fa in maniera beceramente scontata e banale. La strada più semplice è battuta per nascondere sotto il tappeto errori di tutti, un presunto colpevole lava la coscienza.

VOTA ANTONIO – Michele Cazzarò arriva a Messina dopo l’unica esperienza di Taranto, la sua città; una culla dove poter anche sbagliare, avvolto da una piazza che ti sa anche coccolare, provando a mostrare un calcio fatto di idee e non semplice gestione. Michele Cazzarò è un allenatore, non un gestore: allenare è la cosa più complicata, la sfida più difficile di uno sport che ha trovato la sua pessima evoluzione narrativa nella gestione mentale del gruppo. Antonio Obbedio sceglie Cazzarò sorprendendo tutti, lo fa con la convinzione di chi sta scrivendo qualcosa di cui crede di conoscere il finale. Questo Messina nasce secondo una struttura precisa, non più l’alternanza di facce e voci ma una precisa linea che va a intrecciarsi in ogni sua componente. Obbedio sceglie Cazzarò e di conseguenza gli interpreti per un calcio che conosce, la sua proiezione non è solo immaginata ma visione concreta. Da Marina di Ragusa fino all’Acireale (ricorsi e tavolini a parte) il Messina mostra una personalità inesistente: squadra sfilacciata, messa male in campo, capace di inanellare errori da categoria amatoriale più che da formazione che ambisce al professionismo. Facile, facilissimo, quindi puntare il dito su un tecnico giovane e che, da subito, si prende il ruolo di anello debole di una catena fatta di protagonisti dagli alibi corposi. La credibilità si costruisce nel tempo, per questi motivi i dirigenti ex Camaro godono di stima pubblica, per questo e per il trascorso in calzoncini giallorossi anche Obbedio è visto come una certezza. Cazzarò no, lui è la prima linea al vento dei colpi di critica e tifo. L’allenatore lo sa, è conscio che il suo lavoro passa dall’essere, spesso, la vittima sacrificale anche quando lui non è altro che uno degli ingranaggi. Questo Messina è stato concertato da Obbedio e Cazzarò (visti anche i tanti calciatori già allenati dal tecnico a Taranto), non pesare in maniera diversa le due opinioni finali sarebbe, però, un mistificare e deresponsabilizzare l’uno rispetto all’altro.

ZERO PERSONALITÀ – Cazzarò non ha, quindi, colpe? Assolutamente no, perché una squadra inguardabile come questo Messina non può non essere figlia di errori legati alle scelte dell’allenatore. Bisogna andare oltre, però, alla ricerca del colpevole: Obbedio ha iniziato in silenzio la sua avventura a Messina, a parlare sono stati i suoi colpi di mercato mai sbandierati ma solo ufficializzati. Profili interessanti, una linea che pare subito chiara seguita da operazioni discutibili e discusse. Fare la lista dei buoni e dei cattivi serve a nulla, resta evidente la differenza di utilità tra alcuni calciatori e altri, forse arrivati a Messina spinti solo dalla percezione della loro storia. Il campo, però, è uno spietato e infame nemico che non guarda in faccia nessuno: Ragusa, Troina e il San Filippo hanno decretato che il primo ad aver commesso gravi errori è il direttore sportivo, il padre di una squadra che difetta in personalità e spessore emotivo. Battere sul tasto dei moduli, della difesa a tre, ascoltare gente che confonde la destra con la sinistra discettare di tattica e sistemi di gioco rimane esercizio per poveri di cose da fare. Questo Messina potrà anche migliorare con un altro allenatore e un altro modulo, credere che il tutto possa accadere magicamente o solo spostando un calciatore di venti metri rientra nella casistica degli ignari della ragione. “Il 3-5-2 non funziona”, “In Serie D non si gioca con la difesa a 3”: banalità e sciocchezze del genere aiutano a distruggere la credibilità del calcio, anche perché i giallorossi sono crollati, sia nel punteggio che nella prestazione, contro due squadre che giocano esattamente con la difesa a 3, si può quindi archiviare il presupposto per cui siano i numeri della disposizione in campo a fare la differenza. Anche gli interpreti vanno analizzati, e pensare che un ds preparato come Obbedio possa errare nelle scelte tecniche e di caratteristiche (almeno di quelle generali, di quelle specifiche parleremo più avanti) dei calciatori da applicare al sistema è impossibile; non esiste un problema di modulo o di idee dell’allenatore, il difetto è radicato nell’essenza stessa di una squadra che pecca di forza mentale. Se la testa non c’è il resto è solo una sgradevole conseguenza.

IL CAMPO – Il giudice supremo come amano definirlo i protagonisti del pallone, il campo è il passaggio finale, quello che decreta e cancella parole e supposizioni. Obbedio non ha sbagliato nella scelta tecnica perché, presi uno alla volta, i calciatori del Messina possono giocare il 3-5-2 o qualsiasi altro modulo. Mettendo da parte per un momento, pur restando il tema, la parte psicologica proviamo a entrare in campo: a calcio si vince a centrocampo, stop. La difesa balla? Colpa del centrocampo. L’attacco non punge? Come sopra. Inutile giocare a fare i diplomatici, il centrocampo del Messina è nato male e con scarse alternative, non casualmente Cristiani ha brillato alla sua prima uscita mostrando la distanza di spessore nei confronti dei compagni di reparto. Calciatori piatti, strutturalmente fatti per un calcio di possesso ma statico e senza cambio di passo; quando il Messina prova a giocare la palla lo fa in maniera scontata, l’assenza di Sampietro diventa pesantissima anche per le caratteristiche fisiche e di visione dell’ex Taranto. Le prestazioni invisibili di Buono a Troina e Ott Vale nelle due uscite sono il manifesto: se l’ex Avellino si è fatto risucchiare dal calo generale anche per mancanza di esperienza, l’argentino è il termometro di una squadra che sparisce dalla partita restando in balia dell’avversario. Questo Messina è costruito per provare a vincere subito, lo dicono le caratteristiche di squadra e le gambe chilometrate di tanti. Aver bucato le due prime uscite potrebbe non significare nulla, la paura è quella che, invece, siano state le proiezioni di quello che sarà una stagione fatta di risultati altalenanti e classifica anonima.

IL PIANISTA – Nel Far West i baristi dei saloon piazzavano il cartello “Non sparate al pianista” ben in evidenza per evitare, o tentare, che gli avventori in preda all’alcool sfogassero nebbia mentale e pistole sull’accompagnamento musicale. Era difficile trovare, poi, un altro pianista capace di affrontare il rischio di venire preso a pistolettate dopo qualche bicchierino di troppo. Il pianista rischiava sempre, Cazzarò è il pianista del caso che rischia forse più delle sue colpe: ha idee il tecnico tarantino, non vuole gestire il gruppo ma farlo giocare. La sua posizione è congelata dall’oltranzismo di Obbedio che crede nella sua scelta nonostante dalle parti di Giammoro la pazienza sia agli sgoccioli. Bravo Obbedio a crederci, dopo due giornate non si buttano nell’immondizia cinquanta giorni di lavoro e una precisa idea di calcio. I tifosi incazzati, giustamente, chiederanno quale sia questa idea che ancora non hanno visto. Cazzarò ha in testa una squadra che vuol creare gioco dal basso, doppio regista tra perno di difesa e di centrocampo, tanto movimento degli intermedi e attacco degli spazi con alternanza di rifornimenti tra laterali e trequartista. Col lancio lungo come opzione per l’attacco delle seconde palle, ma per questo si attende Esposito. Non si è visto nulla di tutto questo, e non faremo il gioco di scaricare dalle colpe il tecnico, addossare tutto a lui sarebbe, però, ingiusto. I protagonisti non possono essere etichettati come “scarsi”, alcuni di essi, è evidente, sembrano soffrire tecnicamente le richieste del tecnico mentre per altri si fatica a comprendere perché siano stati scelti, soprattutto viste le ultime stagioni di evidente calo. Cazzarò non merita questa gogna, non la merita perché le responsabilità vanno divise con un ds che non ha mai negato la sua autonomia nelle scelte di mercato e, soprattutto, con un gruppo di calciatori che non ha nessun diritto di nascondere dietro le presunte colpe dell’allenatore la pochezza mentale e calcistica mostrata nelle prime tre uscite stagionali.

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