Taranto, la coperta corta

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Pubblicato il 28 ottobre 2016 in Tattica

Una promozione tra i professionisti strappata grazie alla rivoluzione dei campionati voluta dal presidente Gravina. Una Lega Pro che torna a 60 squadre e spalanca le sue porte, ad entrarci con tutto l’entusiasmo di una piazza affamata di calcio è il Taranto. I pugliesi erano i grandi favoriti del Girone H del campionato di Serie D. A vincerlo, però, la sorpresa Virtus Francavilla; l’estate dei ripescaggi ha cancellato la delusione. Dieci punti in classifica, nove dei quali conquistati dall’esonerato Papagni. Fatale la sconfitta di Catanzaro, oltre ad un avvio lontano dalle ambizioni societarie. Vero che il Taranto rimane una “neopromossa”, però di intraprendere un campionato da salvezza non era nelle mire dei pugliesi. Inizio altalenante per Papagni, che può comunque vantare un pari contro il Matera e la vittoria di Cosenza. Battuta anche l’Andria, non basta e per lui arriva un licenziamento che lascia perplessi. Al suo posto un giovanissimo esordiente: Fabio Prosperi. Tecnico delle giovanili che fa il salto in prima squadra, medicina che non cura la sua visto il punto in due gare. Esordio con sconfitta allo Iacovone contro il Fondi, poi il pari beffa di Agrigento. La cosa più interessante è il mantenimento del sistema di gioco, con un paio di uomini cambiati più per forza maggiore che altro. La linea difensiva muta, con Stendardo che salta per motivi disciplinari e viene sostituito nel delicato ruolo di regista difensivo da Elio Nigro. Confermato lo strano 3-4-1-2 visto con Papagni, squadra su quattro linee e disposte con uno dei moduli più astrusi del calcio moderno. Il buco sta nel mezzo: Lo Sicco, Bobb o Sampietro cambia poco. Il problema principale pare essere l’assetto, le tre punte con l’anarchico Bollino non possono essere supportate da una coppia di interni che non ha ancora capito se fare legna o fare gioco. La forza maggiore sembra svilupparsi sugli esterni dove, in maniera comunque discontinua, sia De Giorgi che Garcia stanno facendo cose discrete. In difesa si imbarca troppo, manca il filtro e la copertura preventiva. Altobello e Stendardo non hanno convinto, a prescindere da infortuni e disciplina. Capitan Pambianchi è l’intoccabile, ma la sensazione che da mettere in discussione ci sia il sistema prima degli uomini. In attacco vive la speranza: Magnaghi è il classico attaccante utile, Balistreri ci mette il fisico ma l’uomo dei gol sembra poter essere Alessio Viola. Poi c’è Bollino: il numero 10 che gode di libertà di azione e fantasia, da lui dovrebbero passare i palloni decisivi ma la sua luce rimane intermittente. Da loro passa, probabilmente, il futuro del Taranto che di lottare per evitare i playout lo ha messo in conto, con occhio attento al playoff allargato. L’asso nella manica? L’effetto Iacovone.

SULLA LAVAGNA – Vediamo come si schiera questo Taranto, da Papagni a Prosperi al momento non è cambiato molto anche se una modifica tattica non sarebbe sorprendente. Difesa a tre con il centrale che deve vestire i panni del regista, davanti a loro c’è una coppia di interni più utile a distruggere che impostare. Il gioco si sviluppa sugli esterni, non sbarrate gli occhi se vedrete Nigro cercare continuamente il ribaltamento sui lati. De Giorgi e Garcia accompagnano sempre la manovra, e spesso la aprono e chiudono. Le tre punte non cercano ampiezza, la loro densità interna favorisce un’asse trasversale da esterno ad esterno. Bollino fa rima con libertà d’azione: gli spazi che le due punte aprono sono il suo terreno fertile, non un trequartista classico perché se arriva una sovrapposizione esterna il colpevole numero uno rimane lui. Le punte sono classiche: Magnaghi è una prima che lavora sporco, esce dall’area e sa giocare di fisico. Alessio Viola (che sembra essersi preso i galloni da titolare) lavora da bomber, il suo senso del gol deve risultare decisivo per gli obiettivi dei tarantini.

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ANARCHIA – Andiamo in campo: siamo ad Agrigento, il Taranto conduce per 1-0 ma verrà ripreso nel finale dal gol di Marino. Concentriamoci su altro, per la precisione sulla fase di non possesso ed in particolare su Bollino: il numero 10 (riquadro blu), come abbiamo detto, gode di tantissima libertà tattica in fase offensiva ma è chiaro come il sole che in quella difensiva debba dare il suo contributo. Da gestire, però, c’è fiato e tempo. Se Bollino attacca gli spazi laterali il problema arriva quando si perde il possesso: Akragas che recupera basso e riparte, il Taranto è schierato tranne che in un singolo ovvero Bollino. La sua mancata copertura, anche solo di posizione, lascia il centro del campo a disposizione degli avversari ma sopratutto costringe i due centrali all’asimmetria con Sampietro (nel caso specifico) che deve allargare le maglie e creare nuovo spazio centrale per gli avversari. Questo il problema di un sistema tattico simile, perché se la fase offensiva può godere di imprevedibilità e sviluppo esterno delegato ai laterali, quando si perde palla il centrocampo balla troppo lasciando il terzetto difensivo scoperto e senza filtro. Da questo scaturisce una timidezza offensiva, quasi obbligata, dei due esterni che spesso si allineano con il resto del reparto difensivo componendo una linea a cinque. La più classica delle coperte corte.

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